domenica 24 maggio 2020

Campionare i fumetti: Samplerman comics by Yvang

"Yvan Guillo, aka Yvang, è un fumettista francese nato nel 1971. Ha cominciato pubblicando fumetti in varie fanzine fin dai primi anni 90, e non si è mai fermato. Ha recentemente pubblicato alcuni libri di fumetti per bambini, alcuni autopubblicati, altri con la casa editrice “Le Moule à Gaufres”. Gestisce un blog Tumblr condiviso con Léo Quievreux, “zdnd”, la zone de non-droit , dove posta esperimenti, progetti collaterali e lavori spesso non finiti. I collage digitali dei fumetti dell'era d'oro americana intitolati "Samplerman" sono cominciati là, e la calorosa accoglienza vie ha fornito la spinta per continuare".
(Traduzione da electricliterature).

Il sample, o campionamento, è un termine musicale che indica la registrazione di suoni, parole, o brani e la loro modifica in termini di taglio e modulazione.





giovedì 12 marzo 2020

La Compagnia, Takayoshi Shibata (2019)



È attraverso lo svolgersi del tempo, così come è grazie ad alcuni incontri inaspettati che ci rendiamo conto dell’azione continua, dentro la realtà, di un qualcosa o meglio di un qualcuno. Se notiamo infatti cambiamenti prevedibili e regolari, veniamo però poi sopresi da imprevedibili mutamenti e la quiete e il silenzio che nascono in noi ci permettono di guardare in modo nuovo, con attenzione e stupore, quel che succede davanti ai nostri occhi e nella nostra vita. Nel trittico “La Compagnia”, Takayoshi Shibata ci presenta una città medievale, con le sue case, la chiesa, e quel campanile che già da lontano può essere intravisto da chi è in cammino verso la città, una città il cui volto, carico d’espressività, reso quasi un palcoscenico, segnala i percorsi quotidiani di coloro che ne hanno costruito le case e anche quel consolante campanile. L’uso dei pannelli indica che solo uno sguardo dall’alto può dare unità agli istanti e agli spazi, istanti e spazi carichi ciascuno di un significato proprio. E così, con quelle sue pennellate orizzontali, l’atmosfera si impadronisce della nostra vista, quasi a porre in evidenza l’apparente immobilità degli edifici, mentre le nuvole viaggiano in un cielo verdeggiante, un cielo che risulta essere la scoperta più importante, perché puro riflesso della voluttuosità della collina e degli alberi che attraversano la città, e così il cielo, in quel suo verdeggiare, si fa nostra compagnia, diventa solida accoglienza, vicinanza davvero prossima. Perché è solo nell’insieme che si comprende il valore di ogni singola cosa, dato che ogni cosa trova in esso il suo posto. Takayoshi Shibata ci regala un ritratto non ideologico dell’armonia, e ci dona una città nella quale è possibile condividere la normalità della vita, una città che si fa armonia perché ciò che in essa possiedo, la mia casa, il mio spazio, l’aria che respiro non sono più soltanto un mio possesso ma sono diventati un dono, proprio perché posso metterli in comune con gli altri. 
Carlos Ciade (Messico) 
Da The Others, February 2020

Takayoshi Shibata nasce nel 1953 a Nagoya, Giappone. Nel 1976 si laurea presso l'Università di Belle Arti di Nagoya. Nel 1978 si trasferisce in Italia e si iscrive all'Accademia di Belle Arti di Brera, dove si laurea nel 1982. Dal 1984 è impegnato in una scuola privata di Belle Arti e continua il lavoro di pittore.

giovedì 5 marzo 2020

Aichi Prefectural University of Fine Arts and Music, Junzo Yoshimura


Un edificio non si può esporre in un museo, e questo fa dell'architettura un arte (ma un'arte più simile a quella di creare un bel vaso più che a quella di creare un bel quadro) che da immagini sui libri o su internet non si capisce del tutto.
Per cui, perdonateci, ma questo articolo sarà per forza incompleto.

Il campus della Aichi Prefectural University of Fine Arts and Music è stato progettato completamente dallo studio di Junzo Yoshimura, con un grande aiuto di Akio Okumura, nel 1966-70. La prima cosa che viene in mente guardandolo, è che è fatto per il posto in cui è, e per la funzione che ha, come un abito su misura. 


Sorge su una collina che divide due valli, circondata da boschi. Un terreno difficile; ci si potrebbe immaginare che per spostarci fra una classe e l'altra si debbano affrontare salite, curve eccetera. Invece, tutto è parallelo, tutto è piano, o quasi. Allora, è stata cambiata da cima a fondo la topografia del terreno?
No. Se guardiamo la mappa topografica del sito prima e dopo la costruzione, le linee altimetriche (quelle linee che segnano l'altitudine di un terreno), praticamente sono inalterate. 
Yoshimura ha adottato la tecnica dell'accontentarsi. Ha trovato, sulla mappa, la zona relativamente più pianeggiante, che risulta essere quella che corre sulla cresta fra le due valli, si allarga a destra e a sinistra ma è schiacciata dalla collina che incombe dietro.

Il campus originario è quello che comincia dal piazzale del parcheggio; gli edifici in primo piano sono aggiunte posteriori.

Stralcio della pianta
Okumura chiama questa tecnica il trovare "lo spazio dell'intervallo" (間の空間, ma no kūkan). La parola ma esprime molti significati diversi, anche in questo stesso progetto. Per quanto riguarda la decisione di dove posizionare gli edifici, ma no kūkan significa trovare il giusto punto fra le varie altezze del terreno. 

E siccome ogni edificio ha un suo posto particolare in questo equilibrio fra colline e valli, ogni edificio è completamente diverso. Per esempio, sulla cresta fra le due valli sorge l'edificio delle aule, asso centrale della composizione.


Questo è sorretto da pilotis che lasciano che lo sguardo abbia sempre come orizzonte il verde e le colline, perchè mettere un muro fra due valli è creare due territori diversi. Qui, ma no kūkan significa essere coscienti di essere fra due spazi diversi.
Questo edificio è un invenzione geniale. In Giappone, l'architettura delle scuole è importantissima, e si è venuta a solidificare una tipologia da cui, per economia e anche per tradizione, è difficile scostarsi. Questa vuole aule a sud, e il corridoio a nord. 
Ma qui, il terreno è quel che è; Yoshimura si accontenta, abbiamo detto. Non c'è esposizione a sud, ma a est e a ovest. Se si mette il corridoio a est, le classi non hanno luce al mattino, e se si mette a ovest, non hanno luce il pomeriggio.
Ecco quindi il primo edificio in cui il corridoio è sotto le aule, e in cui tutte le aule hanno finestre ininterrotte su entrambi i lati, da cui passa la brezza d'estate e la luce tutto il giorno. E grazie ai pilotis, questo edificio è anche la strada principale del campus.



Un'altro edificio su misura è l'auditorium (questa università ha due facoltà: quella di belle arti e quella di musica). Qui l'elemento principale è il tetto, una unica lastra di cemento spiegazzata che forma la cassa sonora, si bilancia su dei pilastrini e di nuovo si impenna per coprire l'ingresso.

 

Poi l'edificio per le esercitazioni personali di musica; la biblioteca; la sala espositiva delle sculture degli allievi; gli atelier. Ognuno con una forma diversa, ognuno con il suo suono, come strumenti musicali. Lo disse lo stesso Yoshimura che vide in sogno danzare e posarsi al proprio posto ogni edificio, come uno strumento musicale che si accordava al proprio ruolo nell'orchestra.

Gli atelier sono posti dove si produce, e in questa università sembrano davvero delle fabbriche. Lucernari a shed, per avere le pareti libere e una luce morbida, da scultore; pavimento in mattoni pronto a sporcarsi (e infatti in tutto il complesso degli atelier non c'è un centimetro libero dalle macchie di pittura). E il sito, che è l'unico ad essere in discesa, fa si che questi atelier siano adagiati come a gradoni, con un corridoio che forma visuali sempre nuove, con punti bui e improvvise piogge di luce, e scorci su artisti indaffarati.


Quindi, per la forma degli edifici, ancora Yoshimura ricorre al concetto di ma no kūkan. In questo caso, significa "forma fra il contesto e la funzione".

Ciò che non si può descrivere di questo campus è l'aria di rovina moderna che c'è, nell'invecchiare del cemento e del legno, nel romanticismo dei giovani artisti e nella foresta che pian piano si rimangia il costruito.
Andandoci, viene in mente Villa Adriana. Non solo perché è un'armonia di forme disposte sulla natura senza cambiarla, ma soprattutto perché i futuri architetti-archeologi lo visiteranno e lo copieranno spudoratamente, come una rovina romana.



lunedì 29 luglio 2019

仕合わせ



La parola giapponese per "felicità" è shiawase, e si può scrivere in due modi diversi.
Il primo, quello più comunemente usato, è 幸せ e utilizza il kanji . E' stato utilizzato, in questo caso, il carattere cinese per il suo solo significato, che è quello semplicemente di, appunto, "felice" o "fortunato"; e questi è stato utilizzato poi come simbolo per scrivere la parola shiawase, che già esisteva nel vocabolario giapponese.
Ma, se si scompone la parola nei suoi composti, shi e awase, ci si accorge che i kanji originari (ora poco usati per questa parola) sono  (servire, lavorare) e  (insieme, unirsi). Ne risulta il secondo modo di scrivere la parola felicità:  仕合わせ;letteralmente, servirsi a vicenda.

domenica 28 luglio 2019

Ipse Dixit: Giovanni Riva

Ci vorrebbe una nuova creazione
ed intanto si grida: scandalo,
si indica a dito colui che si fissa
di essere quest'uomo nuovo.
Lo si sbatte in un angolo
fuori dal mondo e più in là
ci sarebbe solo l'inferno.

Giovanni Riva, E chiamarmi Giovanni

sabato 27 luglio 2019

Architettura e geometria: in die irae

Secondo quanto scrive Takashi Hasegawa in Dōbutsu no kenchikugaku, da quando l'uomo iniziò a crearsi delle tane, delle abitazioni non dissimili da quelle degli animali, fu solo ad un punto indefinito della storia che, tramite la geometria, poté realizzare qualcosa di distinto dalla natura. Ovvero, si può dire, la geometria esiste già nella natura, sì; l'uomo non ha inventato la geometria; ma il suo utilizzo è stato "imparato", non è parte del suo corredo genetico, come è, per esempio, nelle api.
C'era una signora senzatetto che viveva a Roma in Piazza di Santa Maria Maggiore, che si è costruita accanto alla fermata del bus un rifugio fatto di carta di giornale, dalla forma indefinibile, che ho sempre immaginato come l'entrata a una tana sotterranea. Non so se lei vi abiti per necessità o per scelta, ma credo che la sua non sia stata una vita tranquilla, e indovinando, molte persone avranno tentato di scacciarla.

E' come se l'uomo avesse bisogno della dignità di sapersi uomo, prima di poter tornare a usare la geometria. Sempre Hasegawa afferma che l'uomo non può che ritornare all'architettura pre-geometrica in situazioni di disastri, di guerre, di necessità estrema: in seguito al grande terremoto di Tokyo del 1923, quando la città fu  rasa al suolo e bruciata da un vasto incendio, si osservavano ovunque rifugi realizzati con tessuti, scarti edilizi, che si reggevano su alberelli utilizzati come pilastri, quasi come nidi di uccello. In die irae, quando non si sa più se ci è permesso di essere uomini, anche l'architettura ritorna ad essere animalesca.
Ma, non avendo noi uomini l'istinto alla non geometria, non riusciamo ormai più a ritornare del tutto animali: anche l'architettura di Gaudì o di Gehry è profondamente basata su calcoli matematici e proporzioni; ugualmente, le baracche dei terremotati di Tokyo e la tana di giornali della senzatetto di Roma hanno un certo fascino, sono fatte di una forma ancora abbozzata ma che tende piano piano alla geometria, all'unire un punto all'altro, a eliminare lo spazio non utilizzato, a reagire all'ambiente esterno razionalmente. Sono inequivocabilmente opera di uomini e non di animali: quello che gli manca ancora è la libertà (la libertà materiale di mezzi e materiali, e la libertà di sapersi uomini). E non appena il disastro finisce, come in tutto il mondo dopo la seconda guerra mondiale, gli uomini che erano stati per forza di cose estremamente non liberi, con una grande boccata d'aria, si trovano più liberi di prima, e questo si riflette nell'architettura, non più legata al "si deve fare così"; e comincia a porre questioni radicali da cui nascono nuove soluzioni. 

venerdì 26 luglio 2019

Odile Sankara


Après une semaine passée à former des jeunes comédiens burundais à améliorer leur jeu d’acteur, la célèbre comédienne burkinabé Odile Sankara, sœur de Thomas Sankara, a accordé une interview à Yaga : ses débuts et sa passion pour le théâtre, la condition des femmes au Burkina Faso et en Afrique en général, tout est évoqué. Elle n’a pas manqué d’encourager les jeunes acteurs burundais, mais plus particulièrement les jeunes filles, qui selon elle, doivent s’affranchir de la peur du regard de l’autre et de la pression de la société.

Via Yaga Burundi (Youtube)

giovedì 25 luglio 2019

Tonalestate 2019 In Die Irae, Hombres Nuevos

Il Direttore del Centro culturale One Way, Nazario Ferrari, ha aperto una festosa serata gremita di giovani, famiglie coi bambini, persone che da Reggio Emilia hanno seguito, fin dalle origini, l’avventura culturale del Tonalestate intessuta di incontri e collaborazioni nei quattro angoli del mondo.

A Reggio Emilia come in Giappone e in Centro America, in Messico come in Francia, i Centri culturali “One Way” sono cresciuti entro il Tonalestate per proseguirne i temi, continuare i rapporti, ricercarne possibili realizzazioni sociali, culturali, fors’anche economiche.

“Dentro una reciprocità si è liberi”: Ferrari ha sintetizzato così il metodo e lo scopo del Convegno annuale e del lavoro culturale di tutto l’anno.

Maria Paola Azzali, Presidente dell’Associazione Tonalestate, ripercorre la storia individuandone la radice in una Compagnia di uomini e donne radunata nel 1964 proprio a Reggio Emilia dal professor Giovanni Riva. Il maturare e il diffondersi di quella esperienza in 18 Paesi del mondo e il periodico radunarsi di quelle persone durante l’estate a ridosso del Passo del Tonale ha suggerito il nome del simposio.

È stata la professoressa Elena Lanzoni, segretaria di direzione e membro del Centro studi internazionale guidato dalla dott.ssa Eletta Leoni, a raccontare (con la passione di chi oggi conduce dopo aver iniziato da giovane universitaria) di uomini illustri in ogni campo scientifico e di testimoni di popoli e culture, silenziosi costruttori di luoghi di fraternità e massimi esponenti del pensiero.

L’argomento scelto per il 2019 segue i due anni in cui si guardò al “barbaro” e al “pagliaccio”. Il primo quale dileggiato esempio di una voce diversa da quella, martellante, della mentalità dominante; pensiero che riduce l’individuo a un pagliaccio senza significato trattato solo a “panem et circenses”.

È possibile un nuovo tipo di essere umano? È necessario attendere un giorno in cui l’uomo possa affrontare la verità della propria vita? Un giorno di giudizio (non mai di condanna) sull’esistenza che ci liberi rendendoci, insieme, “hombres nuevos”? Come sarà possibile continuare a proporre una nuova strada?

Domande da sviluppare nel clima del Tonalestate (che mai dà risposte definitorie) dove saranno chiamati al dialogo i partecipanti e le molte personalità fra le quali Odile Sankara, sorella del giovane presidente del Burkina Faso Thomas, assassinato nel 1987, colui che volle chiamare il suo Paese da Alto Volta a “la terra degli uomini integri”; il cardinale Walter Kasper, il rabbino Jeremy Milgrom e lo scrittore e professore Muhammad Abdul Bari; l’artista giapponese Takayoshi Shibata e il professore di studi indonesiani presso la facoltà di Global Liberal Studies della Nanzan University di Nagoya, Mikihiro Moriyama; il Vescovo iracheno Saad Sirop Hanna, Padre Jean Marie Lassausse, a tutti divenuto noto come il giardiniere di Tibhirine ed oggi impegnato a fianco dei migranti carcerati in Algeria, e Mario Torcivia, postulatore della causa di beatificazione di Giovanni Battista Sidotti martire nelle prigioni giapponesi.

Hanno confermato la loro presenza altresì i giornalisti Dominique Vidal, Michel Warschawski, François Ernenwein, Gian Guido Folloni, Giorgio Fornoni e l’avvocato Jean Fermon.

Sono attesi per le loro testimonianze, amici del Tonalestate dal Guatemala e dal Giappone.

Sono in programma serate di musica classica e canti popolari, esposizioni pittoriche, grafiche e fotografiche che potranno essere seguite sul sito con tutti gli altri aggiornamenti ancora in via di definizione.

Ufficio stampa

Donatella GREGORI

martedì 10 aprile 2018

Museo della Ceramica di Tokoname ( 陶芸研究所 - 常滑 ) Horiguchi Sutemi ( 堀口捨己 )



A Tokoname, piccola e bella città artigiana della prefettura di Aichi, troviamo questa opera di Horiguchi Sutemi, il pioniere dell'architettura moderna giapponese; quello che ha definito la "giapponesità" dell'architettura tradizionale, ossia le sue caratteristiche distintive, e cosa la rende estremamente moderna; quello che ha cominciato sperimentando lo stile della secessione viennese e lo ha incrociato con lo stile vernacolare nipponico; quello che era capace di ricreare un perfetto e colto stile sukiya così come un edificio assolutamente moderno.
E' un museo della ceramica, costruito negli anni '60, è un'opera tarda di Horiguchi ed è estremamente semplice. Nessun "significato" o "simbolo" o "stile" si frappone fra il visitatore e l'edificio. La caratteristica principale è che tutti i diversi elementi sono accostati senza nessuna mediazione. Le pareti, il soffitto, il pavimento sono tutti trattati in modo diverso, finiscono sullo spigolo e basta; per questo sembrano continuare oltre, infilarsi dietro agli angoli come se fossero solo appoggiati lì. La struttura in calcestruzzo armato forma una croce sul soffitto dell'ambiente principale; i quattro settori del soffitto, con i lucernari, hanno la stessa configurazione, ma sono ruotati di novanta gradi fra di loro, in un modo che sembra quasi arbitrario e non armonico. Invece, non cambierebbe nulla se fossero tutti ben paralleli e ripetuti, dal punto di vista dell'illuminazione; allora, tanto vale essere coerenti e fare questa rotazione: almeno, il visitatore si ricorderà di aver visto un soffitto. 
Horiguchi fa di questa semplice giustapposizione di elementi diversi la logica principale del progetto. Troviamo una stanza del té in legno e bambù proprio dietro una semplice porta, e una stanza con tatami e tokonoma al secondo piano, che affaccia su un balcone in cemento armato. 
All'ingresso una bellissima scala di legno appesa a una trave crea uno spazio a doppia altezza a cui tutti gli ambienti si riferiscono.
Questi ambienti di forma rettangolare sono tutti compresi in una semplicissima struttura a moduli quadrati, una gabbia di cemento tamponata con muri rivestiti in tessere di ceramica, che dall'esterno non svela molto, se non per il bel ballatoio e la forma spigolosa dei lucernari estradossati sulla copertura.


Questo edificio non ha mai subito modifiche, per cui i colori accesi dei pavimenti, diversi a seconda dell'ambiente, ora sono molto più sbiaditi; gli arredi sono quelli degli anni sessanta; il personale stesso del museo sembra uscito dall'era Showa. Motivo in più per visitarlo: affrettatevi prima che rifacciano i pavimenti!






lunedì 9 aprile 2018

Ipse dixit: Ho Chi Minh

Pur con le gambe e i polsi
strettamente legati
ovunque sento uccelli
e il profumo dei fiori.

Ho Chi Minh, Diario dal carcere

mercoledì 7 marzo 2018

Pritzker Prize 2018 to Balkrishna Doshi




His work in architecture to affect humanity is deeply personal, responsive, and meaningful.


Chicago, IL (March 7, 2018)—Professor Balkrishna Doshi, of India, has been selected as the 2018 Pritzker Architecture Prize Laureate, announced Tom Pritzker, Chairman of Hyatt Foundation, which sponsors the award that is known internationally as architecture’s highest honor.

Architect, urban planner, and educator for the past 70 years, Doshi has been instrumental in shaping the discourse of architecture throughout India and internationally. Influenced by masters of 20th-century architecture, Charles-Édouard Jeanneret, known as Le Corbusier, and Louis Khan, Doshi has been able to interpret architecture and transform it into built works that respect eastern culture while enhancing the quality of living in India. His ethical and personal approach to architecture has touched lives of every socio-economic class across a broad spectrum of genres since the 1950s. 

“My works are an extension of my life, philosophy and dreams trying to create treasury of the architectural spirit. I owe this prestigious prize to my guru, Le Corbusier. His teachings led me to question identity and compelled me to discover new regionally adopted contemporary expression for a sustainable holistic habitat,” comments Doshi. He continues, “with all my humility and gratefulness I want to thank the Pritzker Jury for this deeply touching and rewarding recognition of my work. This reaffirms my belief that, ‘life celebrates when lifestyle and architecture fuse.’”

Doshi’s architecture explores the relationships between fundamental needs of human life, connectivity to self and culture, and understanding of social traditions, within the context of a place and its environment, and through a response to Modernism. Childhood recollections, from the rhythms of the weather to the ringing of temple bells, inform his designs. He describes architecture as an extension of the body, and his ability to attentively address function while regarding climate, landscape, and urbanization is demonstrated through his choice of materials, overlapping spaces, and utilization of natural and harmonizing elements.

“Professor Doshi has said that ‘Design converts shelters into homes, housing into communities, and cities into magnets of opportunities,” comments Mr. Pritzker. “The life’s work of Balkrishna Doshi truly underscores the mission of the Prize—demonstrating the art of architecture and an invaluable service to humanity. I am honored to present the 40th anniversary of this award to an architect who has contributed more than 60 years of service to us all.”

The architect designed Aranya Low Cost Housing (Indore, 1989), which presently accommodates over 80,000 individuals through a system of houses, courtyards and a labyrinth of internal pathways. Over 6,500 residences range from modest one-room units to spacious homes, accommodating low and middle-income residents. Overlapping layers and transitional areas encourage fluid and adaptable living conditions, customary in Indian society.

Doshi´s architecture is both poetic and functional. The Indian Institute of Management (Bangalore, 1977-1992), inspired by traditional maze-like Indian cities and temples, is organized as interlocking buildings, courts and galleries. It also provides a variety of spaces protected from the hot climate. The scale of masonry and vast corridors infused with a campus of greenery allow visitors to be simultaneously indoors and outdoors. As people pass through the buildings and spaces, Doshi invites them to experience their surroundings and also suggests the possibility of transformation.

CEPT
Centre for Environmental Planning and Technology
The 2018 Jury Citation states, in part: “Over the years, Balkrishna Doshi has always created an architecture that is serious, never flashy or a follower of trends. With a deep sense of responsibility and a desire to contribute to his country and its people through high quality, authentic architecture, he has created projects for public administrations and utilities, educational and cultural institutions, and residences for private clients, among others.” The Jury continues, “Doshi is acutely aware of the context in which his buildings are located. His solutions take into account the social, environmental and economic dimensions, and therefore his architecture is totally engaged with sustainability.”

His studio, Sangath (Ahmedabad, 1980), translates to “moving together.” The placement of communal spaces, including a garden and outdoor amphitheater, highlights Doshi’s regard for collaboration and social responsibility. Vaulted roofs, porcelain mosaic tile coverings, grassy areas, and sunken spaces mitigate extreme heat. The mosaic tile detail is echoed in the tortoise-shell inspired roof of Amdavad Ni Gufa (Ahmedabad, 1994), an undulating, cave-like, ferro-cement art gallery, positioned underground, featuring works of Maqbool Fida Husain.


Other notable works include academic institution Centre for Environmental Planning and Technology (CEPT University) (Ahmedabad, 1966-2012); cultural spaces such as Tagore Memorial Hall (Ahmedabad, 1967), the Institute of Indology (Ahmedabad, 1962), and Premabhai Hall (Ahmedabad, 1976); housing complexes Vidhyadhar Nagar Masterplan and Urban Design (Jaipur, 1984) and Life Insurance Corporation Housing or “Bima Nagar” (Ahmedabad, 1973); and private residence Kamala House (Ahmedabad, 1963), among many others.

“Every object around us, and nature itself—lights, sky, water and storm—everything is in a symphony,” explains Doshi. “And this symphony is what architecture is all about. My work is the story of my life, continuously evolving, changing and searching…searching to take away the role of architecture, and look only at life.”

Doshi is the 45th Pritzker Prize Laureate, and the first to hail from India. The 2018 Pritzker Architecture Prize ceremony commemorates the 40th anniversary of the accolade, and will take place at the Aga Khan Museum in Toronto, Canada, this May. The Laureate will present a public lecture, in partnership with the John H. Daniels Faculty of Architecture, Landscape, and Design at the University of Toronto on May 16, 2018.

martedì 20 febbraio 2018

Christo’s floating sculpture for London lake gets go ahead



The conceptual artist Christo will create a Mastaba sculpture for London’s Hyde Park, which will float on the Serpentine lake during the summer, after Westminster Council approved the scheme, granting planning permission yesterday (23 January). The piece is linked to a show of works due to open at the nearby Serpentine Galleries (20 June-9 September), encompassing sculptures, drawings and photographs from the past 50 years by Christo and his late partner Jeanne-Claude.

“In parallel with this exciting exhibition, Christo hopes to create his first large-scale temporary sculpture in the UK in the middle of the Serpentine Lake. Many years in the planning, this will be funded entirely by the artist,” a Serpentine spokeswoman says. According to the Evening Standard newspaper, the Mastaba will comprise 7,506 barrels placed on a platform of plastic cubes.

Christo’s Floating Piers on Lake Iseo in Italy—the New York-based artist’s first outdoor installation since 2005—was the world’s most-visited work of art in 2016. Christo erected 3km of fabric-covered pontoons between an island and the shore, and invited the public to walk on water. In total, 1.2m people experienced the site-specific installation over 16 days.

Last year, Christo told us that his long-awaited Abu Dhabi-based Mastaba project in the desert is still on track. The artist has been planning the 492-foot-tall structure, comprising 410,000 multi-coloured aluminium barrels, for 40 years. The permanent piece will bearranged in the trapezoidal shape associated with a type of Old Kingdom ancient Egyptian tomb.

Early last year however, he pulled the plug on his Over the River project, which would have covered 42 miles of the Arkansas River in silver fabric for 14 days. After 20 years of planning, Christo said he had no interest in finishing the project under Donald Trump’s presidency.

GARETH HARRIS

24th January 2018

sabato 17 febbraio 2018

Kayabuki (茅葺)


Il tetto di paglia, in giapponese kayabuki, non viene usato soltanto per le case dei contadini, ma anche per templi e palazzi. In effetti, questo materiale così rustico e povero è bellissimo. Come il manto di un animale, la pioggia lo arruffa e ne fa grumi che sgocciolano sulla linea di gronda. 


I tetti raggiungono spessori anche superiori al metro. I fasci di paglia sono fissati, compressi, sovrapposti, pareggiati, rasati. Arrotondano le pieghe del tetto, prendono naturalmente una piccola curva convessa (non concava come nei tipici tetti giapponesi). 
Cambiano colore, accolgono erbacce e parassiti, si macchiano di verde e di umidità.



Sovrapposti a case fatte di una pianta libera, di pilotis e finestre/parete, così simili all'architettura moderna, i preistorici tetti kayabuki non sfigurano. L'architetto Horiguchi Sutemi, fra i pionieri del modernismo giapponese, lo capì per primo, accostando un tetto di paglia a una casa in stile secessionista.


giovedì 15 febbraio 2018

Foto di un singolo atomo


Il fisico quantistico David Nadlinger dell'università di Oxford è riuscito a catturare un'immagine che sarebbe stata impensabile fino a qualche anno fa. Un singolo atomo sospeso in un campo magnetico, visibile a occhio nudo. E' il puntino bianco al centro della foto; per essere più onesti, si tratta della foto della luce emessa dall'atomo in uno stato di eccitazione.
La foto, intitolata “Single Atom in an Ion Trap” ha vinto il premio per la migliore immagine secondo lo UK’s Engineering and Physical Sciences Research Council (EPSRC).


mercoledì 7 febbraio 2018

Restauro della pagoda del Yakushiji


La pagoda est dello Yakushiji di Nara è un edificio originale del 730. Quello iniziato nel 2012 è il secondo restauro della sua storia; la pagoda viene disassemblata e restaurata elemento per elemento, come una macchina. Il pilastro centrale, alto ben 34 metri, è ormai pietrificato, e cavo all'interno; eppure, continua la sua funzione.

giovedì 25 gennaio 2018

Città, paura e desiderio: Nagoya


Nagoya è una città che non si impara facilmente; la monotonia degli edifici e la ripetizione degli stessi elementi, tutti esatte repliche di un modello sconosciuto, come i konbini, le aree di parcheggio a pagamento, le stazioni della metropolitana, le grandi catene di centri commerciali, non aiutano. Sembra di non poterla conoscere mai bene. I monumenti storici sono chiusi in recinti o resi invisibili dagli alberi, per cui dalla strada non si intendono. Le insegne dei negozi, enormi e colorate, si tendono a dimenticare facilmente per i non yamatologi.
L'ingegneria civile, quella delle strade sopraelevate e delle torri per le telecomunicazioni, dei canali e dei cavi sospesi è ciò che dà la vera forma alla città. Quando si pensa a Nagoya in generale, sono questi gli elementi che vengono in mente.
Piano piano ci si costruisce un modo per classificare Nagoya. Si capisce che, proprio appena dietro a dove ci sono aree commerciali pulitissime e capitaliste, probabilmente si trova la rispettiva area residenziale, con le case che meno piani hanno, più sono belle. Si capisce che è il negozio più piccolo quello su cui basarsi per ricordarsi quel dato posto, perché è probabilmente quello che è lì da più tempo. Si capisce che, anche se ci si perde, prima o poi una stazione della metropolitana la si incontra.






lunedì 15 gennaio 2018

Ipse dixit: Antonin Raymond

Life in these days was profoundly interesting. Creative activity was stirring, the pseudoclassical tradition was cracking up.
Horizons widened, one's blood began to circulate. I felt a need to devote my life to finding out what is good and what is bad, what is true and what is false, what is beautiful and what is ugly.


Antonin Raymond, An autobiography

Campionare i fumetti: Samplerman comics by Yvang

"Yvan Guillo, aka Yvang, è un fumettista francese nato nel 1971. Ha cominciato pubblicando fumetti in varie fanzine fin dai primi anni ...