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sabato 1 febbraio 2014

Herman Melville: BENITO CERENO






Benito Cereno è un altro racconto di mare di Melville. Lo stile non ha bisogno di accreditarsi a un lettore che abbia letto Moby Dick. Ci sono, per tanti tratti ritrovati, gli stessi paesaggi e gli uomini che vivono il mare, le sue sfide, colori, lontananze, vicende di conquista e di sopravvivenza.
Qui si tratta di due capitani: Benito Cereno, spagnolo responsabile della San Domenico, partita con un carico di schiavi neri ed avvistata, alla deriva, da Amasa Delano, comandante di una nave per la caccia alle foche.
Quest’ultimo si offre al soccorso e sale sulla nave sconosciuta, ricevuto da una strana atmosfera. Già la scena che descrive l’arrivo di Delano anticipa tutta la prima parte del racconto perché: “la casa come la nave nascondono alla vista i loro interni fino all’ultimo; ma nel caso della nave c’è questo in più, che il vivente spettacolo da essa contenuto ha nella sua repentina e integrale apparizione, in contrasto con il vuoto dell’oceano che la circonda, l’effetto quasi di una scena di miraggio”.
Il ritmo della narrazione sa subito rappresentare un mistero che rimane indecifrabile con le spiegazioni di Benito, del suo servitore Babo e degli altri spettrali marinai.
Buona parte della novella cresce sui pensieri di Delano, combattuti tra la diffidenza, il terrore, il sospetto e la pietà accompagnata dalla volontà di poter essere d’aiuto allo smarrimento, che in apparenza è una malata follia maniacale, di Benito.
Non è tanto lo sviluppo della vicenda- raccontata nella seconda parte, quando arriva la lancia dei soccorsi e Delano si appresta a far ritorno al suo mondo, né gli atti processuali che portano le chiavi di lettura della verità dei fatti- ad avvincere.
Come in Moby Dick è il confronto inevitabile con il mistero del male che sempre incrocia le vicende della vita; il suo uncino pronto a scattare, la sua ferita nei corpi e nello spirito di chi ha toccato, la sua capacità di mascherarsi, la capacità di confondere e di muovere la pietà così da poter annientare chi vorrebbe negarlo. Ancora meglio della narrazione aperta lo descrivono le scene e gli elementi: la bonaccia del mare, il colore plumbeo e nebuloso del cielo, il clima soffocante, la distruzione dei luoghi e delle cose.
Non mi soffermerò su Benito, sul quale pur si dovrebbe; preferisco un’osservazione a riguardo di Delano che ha sentito il brivido agghiacciante senza poter superare la spinta a voler vedere il bene.
E’ questo un tempo nel quale il discernimento è più difficile, eppure tanto più necessario perché la deriva verso il qualunquismo e il tutto giusto, possibile, giustificabile sta conducendo a uno smarrimento generale se non addirittura alla violenza morale. Leggere la realtà esige sempre un’illuminazione e oggi siamo come obnubilati da una mentalità deviata mentre la coscienza vorrebbe riconoscere il bene che è come una sete inestinguibile, un seme profondo che potrebbe far fiorire la storia personale e quella del mondo.
Non è comune la capacità di discernimento, “richiede di mantenere aperti il cuore e la mente, evitando la malattia spirituale dell’autoreferenzialità”.

Giugno 2013

giovedì 23 maggio 2013

Per non addormentarsi... Siesta 2013 Pane Pace Lavoro


Siesta_PPL_2013
Abbiamo voluto, di nuovo, come per l’iniziativa che organizzammo dal 10 al 12 ottobre 2008 al “parco delle caprette”, utilizzare la parola “Siesta” per indicare queste giornate di incontri promosse da Pane Pace Lavoro. In quell’occasione iniziammo dicendo che desideravamo “proporre, a tutti, un momento e un simbolo di “siesta” e di riposo, contro l’incessante e assurdo correre di una società che è ormai disumanizzante, di una società che vuole essere la fabbrica tecnologicamente perfetta di un impero così umanamente impossibile da ricordare la disfatta di quello mitico di Babele”. Dicevamo inoltre che era necessario, in un momento molto grave di emergenza democratica e contro lo stato di menzogna e di disumanità, ed oggi il momento non pare molto differente, reimparare la parola “libertà” e tornarla a gustare nella pratica, così da far nascere naturale una distanza umana, culturale, sociale e politica da quelle personalità che vogliono negare ogni diritto alla resistenza o al dissenso. Oggi, come già 5 anni fa, vogliamo ancora dire che c’è ancora qualcuno che non tace di fronte al conformismo del potere, che c’è qualcuno che dissente dalle propagandate verità false, che c’è qualcuno che già sta vivendo uno spazio di libertà.

Credo che queste parole, riprese dall’allora discorso introduttivo, siano ancora oggi necessarie per poter introdurre gli interventi di questa sera e delle due serate che seguiranno. Non possiamo però, oggi, prescindere dai cinque anni che, da quegli incontri, sono passati; cinque anni in cui in Italia e nel mondo moltissime cose sono accadute, facendo maturare esperienze e personalità, svelando nuove menzogne e brame di potere, portando alla luce nuovi razzismi e generando allo stesso tempo imprevisti eroismi. Non possiamo prescindere nemmeno dagli amici che ci hanno lasciato, i cui nomi, anche se non pronuncio esplicitamente, sono stampati nei cuori e nelle azioni di migliaia di persone. Non prescindere da tutto questo significa aver compreso che non si può muovere un passo in questa lotta se non ci si impone di essere uomini nuovi, se non si lotta per creare un costume e uno stile di vita, se non si lotta per riscoprire e liberare una cultura.
Solo in questo modo potremo evitare due grandi rischi: l’asservimento e il tradimento. L’asservimento di chi, se non è quell’uomo nuovo, è certamente preda di quell’ideologia che lo vuole schiavo e sottomesso: il buon cittadino che il potere vuole che egli sia, tenendolo asservito alla propria logica, che rende impotenti in ogni luogo, persino in quelli in cui si potrebbe ritenere di essere in qualche modo liberi.


Warschawski-2

Il tradimento di chi, non avendo oggi rapporti umani e sociali nuovi, tornerà di certo, domani, a creare quelle contraddizioni, anche in una nuova società, nelle quali ora, coscientemente o meno, si alimenta, tradendo la vera aspettativa di chi lotta con lui. Entrambi i rischi sono e saranno sempre presenti in qualunque azione rivoluzionaria che, presumendo, erroneamente o per pigrizia mentale, una omogeneità tra le parti che la compongono, ritenga che queste possano giungere autonomamente e spontaneamente alla coscienza di una propria cultura, dando per scontato il faticoso e difficile processo di rivoluzione culturale.
L’invito di Pane Pace Lavoro è quindi, ancora una volta, quello di attuare per la conquista di una nuova coscienza rivoluzionaria, che si formi a partire dall’azione sul campo e che abbia in sé un azione di acculturazione interna ed allo stesso tempo esterna.
Questo tipo di lavoro però presuppone che non ci possano essere un lavoro intellettuale ed uno pratico separati, che non ci possa essere un lavoro teorico slegato dall’azione. Non possono essere separati lo scrivere il libro e il volantinare, così come non possono essere separati lo studio dall’aiuto al compagno nei suoi bisogni immediati: nessuno può escludere il benché minimo fattore della lotta politica (e della vita quotidiana), pena il ridurre a nullità tutto ciò che un’azione ha di storicamente pregnante.
Le personalità che in queste serate si alterneranno racconteranno proprio di questo struggente desiderio di una nuova cultura e di una viva azione per l’ apparentemente assurda pretesa di costruire spazi di libertà.

martedì 16 aprile 2013

A passeggio per Berlino di Joseph Roth


Navigando in Internet mi sono imbattuto in un piccolo libretto, rieditato nelle “Occasioni” della Piccola Biblioteca Passigli.

Siccome Joseph Roth mi appassiona perché i suoi scritti mi fanno pensare un po’ a quei quadri dove non solo è rappresentata una scena, ma si può vedervi anche ciò che il Pittore vi ha visto, ho subito comprato “A passeggio per Berlino”.  Non credo ci siano contestazioni nel dire che, leggendo “il santo bevitore” ognuno abbia visto da vicino quel barbone di Parigi e abbia riconosciuto il suo spirito, sia stato anche sotto i ponti della Senna e questo ben prima di aver guardato il pur bellissimo film di Olmi.

Per questo libro, si tratta di reportage scritti da Joseph Roth negli anni 20, dopo essersi trasferito a Berlino. In giro per la città la racconta, nei luoghi e soprattutto nella vita che li abita.

Riporto qui piccoli stralci di uno degli articoli, che vale, oggi, più di altri commenti (ma ci sono anche articoli su aspetti altrettanto di attualità come, per esempio, la questione ebraica):

Il parlamentismo tedesco ha una posizione poetica. C’è solo la Königsplatz a dividere il Reichstag dal verde pastorale del Tiergarten. A un impolitico riesce difficile rinunciare a una bella giornata di maggio in cui si riunisce il nuovo parlamento tedesco………L’atmosfera dovrebbe essere festosa, almeno tanto festosa quanto quella che c’è all’inaugurazione di una qualunque esposizione cui abbia contribuito la nazione intera, indipendentemente dal partito d’appartenenza. Anche quei partecipanti che-così pensa un impolitico- lottano contro il parlamentarismo, dovrebbero avere rispetto, se non per questo, almeno per l’attività che loro stessi stanno per intraprendere….Qui invece, nel Reichstag tedesco, ogni singolo partito non ha soltanto la propria convinzione politica, bensì anche il proprio cerimoniale. Gli sguardi (del mondo) sono rivolti ai rappresentanti del popolo tedesco. E cosa vedono? Il passo dell’oca dei nazionalisti. Tafferugli tra i comunisti. …Gli occhiali scuri…L’impolitico non riesce a comprendere perché, tra tutti i professionisti del mondo, proprio il politico tedesco abbia una tale smania irrefrenabile a volersi rendere ridicolo ancor prima di aver iniziato con la propria politica, che è già di per sé una notevole riserva di stupidaggini. Ma cosa può capirne l’impolitico degli enigmi della politica?.......Ventisei milioni e mezzo di marchi hanno pagato i tedeschi per il loro Reichstag. Indubbiamente da fuori appare imponente. Speriamo che i delegati sappiano renderlo anche importante.”

sabato 15 settembre 2012

UNA MANCIATA DI MORE. Recensione


UNA MANCIATA DI MORE

di Ignazio Silone

Se c’è qualcosa che rivolta lo stomaco di tutti è se tutti tacciono impauriti.

In uno qualunque dei villaggi della Marsica vivono Zaccaria, Rocco, Martino, Stella- la ragazzina ebrea-, Lazzaro, don Nicola (tutti più o meno fuggiaschi a seconda delle onde della storia) e tutta la povera gente che ha subito l’avvicendarsi, prima e dopo le due guerre mondiali, di due partiti dalle simili intenzioni ostili all’uomo come tale e sprezzanti di te singolo, diventandone aperti persecutori. Poi l’insopprimibile domanda di giustizia e libertà.

“Era un nemico? Cosa vuol dire? E’ un figlio di madre…ed era un povero pezzo di pane scuro qualsiasi. L’uomo aveva fame. Doveva morir di fame?”. Gli uomini servili a questo freddo e spietato potere sanno sempre trasformarsi secondo l’interesse e sanno conservare la brutalità dell’asservimento. Un partito, considerato la speranza del diverso rapporto tra gli uomini (“la notizia più importante era che un nuovo sole s’era levato a illudere la terra. Ovunque arrivavano i suoi raggi, gli uomini curvi alzavano la fronte”) diviene apparato arrogante e violento e anche i suoi uomini più liberi e autentici vengono perseguitati. “Il partito di oggi non è quello di una volta. Era una raccolta di uomini liberi, giovani, spregiudicati; è diventato una caserma, una questura….ma sempre vi sarà qualcuno che non venderà la sua anima per un pugno di fave e un pezzo di pecorino”. Non è un libro di analisi disillusa o di cinismo rabbioso; è un bel racconto di storie autentiche, di uomini vivi e di come le vicende umane, soprattutto quando generano dolore e violenza, abbiano la loro speranza e possibilità di essere attraversate senza disperazione, nella fraternità, nella compagnia, nell’amore.

C’è un tromba che risuona, un richiamo che non si esaurirà e non può essere distrutto sebbene, in certi momenti, sembri scomparire. “ma la tromba quando serve? Quando proprio non se ne può più. Se c’è qualcosa che rivolta lo stomaco di tutti è se tutti tacciono impauriti. E’ un modo di chiamarsi, di stare insieme, di farsi coraggio…E infine quando i vermi crederanno di avere partita vinta, apparirà l’angelo. Egli toglierà la tromba dal suo nascondiglio e la suonerà a pieni polmoni”. Ci si può mantenere a lungo nei boschi solamente con un tozzo di pane nero e una manciata di more quando si è udito, almeno una volta, il suono della speranza e si è incontrato il suo volto nell’agire degli uomini.

T.B.

lunedì 13 agosto 2012

Io non potrei vivere in questo mondo imbecille


“La sfera e la croce” G.K Chesterton

Dopo la conferma della scoperta del bosone di Higgs si fa strada la convinzione che siamo prossimi ad una spiegazione razionale, cioè scientifica (?), dell’origine della realtà fisica. Da quanto abbiamo scoperto- dicono già gli scienziati- c’è una provocazione ad indagare oltre: qualcosa si profila ancora più in là.
C’è come una “follia” radicata nella ragione umana che è fatta per indagare ed è protesa verso l’origine di ciò che consideriamo reale dentro e fuori dell’uomo.

L’attualità ci suggerisce la rilettura de’ la Sfera e la Croce, romanzo pubblicato nella prima decade del ‘900 da Gilbert K. Chesterton, scrittore ritenuto un “visionario”.
James Turnbull , direttore della rivista l’Ateo, pubblica un articolo nel quale, un lettore, Evan Mc Jan, crede di vedere un insulto alla Madonna. I due si sfidano a duello per la difesa della propria idea sull’uomo e sulla vita. Un duello che non può aver luogo, continuamente disturbato da fatti e personaggi che lo impediscono. Entrambi i protagonisti, all’inizio, sono due fanatici della loro posizione, indisponibili a un confronto e, perciò, entrambi fideisti. Nel momento in cui sono prossimi a battersi, si imbattono in Lucifero che ha fatto dell’Inghilterra un grande manicomio per chi ha smarrito lo scopo del proprio agire dopo aver abbandonato l’idea di condurre la ragione fino al suo vertice sul quale si profila la risposta della fede. Nella chiusa perfezione della sfera c’è il simbolo dell’autoreferenzialità luciferina che tenta di scrollarsi di dosso la provocazione della croce, con le sue braccia aperte in ogni direzione, un legno sul quale un uomo ha preso posizione sullo scopo della vita.
L’ultimo gesto di Satana è appiccare un incendio alla casa di reclusione prima che la questione arrivi al dunque. A tal punto era già pervenuto Michele, rinchiuso per questo nella cella più segreta, senza alcuna via d’uscita. McJan lo sente cantare e lo vede indicare a tutti una via verso la salvezza: è possibile riconoscere una risposta al mistero dell’esistenza e tale fede vale il sacrificio della vita. “Questo mondo crudele mi è dolce perché più alto dei cieli c’è qualcosa di più umano dell’umanità (…) Io non potrei vivere in questo mondo imbecille.”
T.B.

mercoledì 4 luglio 2012

Don Chisciotte: il cavaliere dalla triste figura.


Ivan Turgenev. Amleto e Don Chisciotte.

Don Chisciotte: il cavaliere dalla triste figura.
La definizione è ormai irremovibile ma non è quella che fa propria Ivan Turgenev in “Amleto e Don Chisciotte”. Lo scrittore russo mette a confronto due archetipi d’uomo incarnandoli nei due sempiterni personaggi. Il registro comico della narrazione, che prevale almeno in tutta la prima parte del romanzo di Miguel de Cervantes, non inganna Turgenev rispetto a ciò che prefigura.

Tutti viviamo servendo un nostro dio. Che si lotti per affermarsi, per rincorrere un benessere materiale o una felicità temporanea adatta a colmare qualcuno dei nostri bisogni, stiamo consegnandoci a un ideale, a un principio che guida l’esistenza. Non è difficile accettare tale verità se noi stessi guardiamo, nella nostra attualità, i tanti nuovi sacerdoti per i nostri nuovi dei: finanzieri, chirurghi estetici, mecenati di ogni tipo, televisioni, mister sportivi.
C’è inevitabilmente qualcosa che occupa il primo posto nella vita: il proprio io, come per Amleto, oppure qualcosa d’altro da sé, come per Don Chisciotte, disposto a mettere a rischio la propria vita e la propria sicurezza per la verità e la giustizia. Ciò è visibile in ogni tempo e, anche nel nostro tempo dove ciascuno è invitato a pensare solo a sè, gli uomini che hanno tale spirito di ricerca e si mettono in tale cammino sono sovente guardati come dei visionari, come esseri abitati da una “follia” che non accetta di rinchiudere l’uomo nella propria sufficienza, inevitabilmente destinata allo scacco della morte.

Una scintilla provocata dalle gesta cavalleresche toglie Alonso el Bueno dalla sua biblioteca, lo trae fuori da sé, lo mette in cammino a ricercare la verità delle cose, la giustizia, la bellezza che sta al fondo di ogni apparenza, e anche quando Cervantes descrive gesta “frutto di un’immaginazione sconvolta (..) l’ideale rimane intatto in tutta la sua purezza”.
Fuor dall’articolo di Turgenev, ma seguendone l’indicazione di lettura, torna alla mente un riferimento biblico: la persona che incrocia tale prospettiva per sé, fuori da sé, viene addirittura identificata con un nuovo nome, come avviene appunto per Alonso che diviene Don Chisciotte.
Il romanzo, secondo Turgenev, documenta la dedizione costante e la tenace capacità di sacrificio, virtù che né la derisione, né l’insuccesso, né “l’essere calpestati dai porci”, né lo scontro con il male, né la povertà o la solitudine possono vincere.
E’ follia una vita dedicata? “Bisogna essere pazzi per credere nella verità?”.

T.B.

domenica 17 giugno 2012

Quand les sirènes se taisent, Maxence Van der Meersch


Nous tous préférons oublier la réalité. Cela est témoigné par les films que nous regardons, par les livres que nous lisons, par les chansons que nous écoutons, par l’ensemble d’une culture aliénante. Si quelqu’un par désir de justice et par amour de la vérité, nous obligeait à regarder en face la réalité, elle ne ferait que nous crier au visage : «Non, je ne te sauverai pas».

C’est sans doute pour cela que des auteurs tels que Maxence Van Der Meersch ont été oubliés.
Nous avons lu Quand le sirènes se taisent, roman qui raconte des grèves des ouvriers en 1933, dans le nord de la France. Ce livre, comme tous les autres de Van Der Meersch, n’est pas facile à trouver, il se cache et peut-être -qui sait !- un jour Daseyn pourrait en promouvoir la publication en langue étrangère. Mais aujourd’hui nous voudrions simplement rappeler l’humanité qui peuple ses pages. Une fois entamée la lecture de ce livre, nous avons dû oublier notre vision télévisée de la souffrance, de la joie, de la vie et de la mort.

Laure et Jacques, les deux jeunes qui s’aiment sans calculer les conséquences de l’affection, leur enfant qui pousse dans le ventre de Laure, tandis que Jacques se fait tuer par la foule déchaînée. Le vieux ouvrier Fidèle qui meurt tué par ses compagnons, flagellé et persiflé car il cherchait à rentrer à son travail, à sa dignité, à sa tâche. Fidèle qui meurt tout seul, ainsi que le fait la fidélité dans le cœur de l’homme. Et puis sa femme, qui, en voyant qu’il ne rentre pas, deviens folle et s’éteint. Le petit orphelin Popol, fils de la rue, fils de personne, qui reçoit comme don un papa et une maman qui ne lui ont pas été confiés par le sang mais par la grâce. Le petit Popol, qui meurt en courant après son Nounours, qui, avec ses yeux de verre semble avoir «vraiment cherché pour quelles fins incompréhensibles le maître impitoyable des destinées humaines avait pu avoir besoin de l’holocauste de Popol…»

Le chemin d’un ouvrier le long d’une route enneigée, le chemin d’un homme qui n’a plus que ses pieds ensanglantés pour marcher, sa faim pour le faire tenir debout et la certitude de l’amour de sa femme pour le guider. Cet amour trahi, cette femme prostituée. Les deux amis, des deux côtés opposés : le gardian et l’ouvrier. Les deux amis qui dans les moments les plus difficiles s’étaient toujours secourus l’un l’autre, et qui se retrouvent séparés par une violence et par une injustice sans visage, qui leur arrache leur humanité et la jette en pâture à leur instinct. Et Jean Denoots l’industriel, tué lui aussi par la nature pourrie de l’homme, écrasé lui aussi comme ses ouvriers, par la loi du marché, par le dieu argent.

Et puis à la fin, semblable au silence dans une mer de fracas, le cri d’une jeune mère, dont l’enfant meurt de faim dans son ventre. « Pitié ! » crié deux fois, à la fenêtre, contre le vent. Et voici que les sirènes qui appellent les hommes et les femmes à l’usine, sonnent à nouveau. C’est le silence d’une paix que personne ne pourra plus détruire, une paix qui est le fruit de ce cri.
La même réalité, précisément la même, les mêmes hommes et les mêmes femmes, précisément les mêmes, sont transformés par ce cri. Les choses anciennes se font nouvelles, grâce à cette demande criée, presque réclamée : « Pitié ». Personne ne pourra oublier le mal, l’humiliation, la faim, la mort, la dignité piétinée. La réalité qui criait jadis « Non, je te sauverai pas », après le cri de la femme, de la mère, susurre doucement à ses oreilles : «Oui, je t’ai déjà sauvée». L’humanité est grande lorsqu’elle reconnait sa misère. L’ami est alors capable de pardonner et d’aimer le destin de l’autre plus que son propre projet de bonheur, la mère, épuisée, est encore capable de déchirer sa chair pour mettre au monde un nouvel homme, les morts existent encore, unis aux intelligences vivantes.
« Le geste de jeunesse de Pierre, son refus de porter les armes et d’apprendre à tuer autrui, n’avait pas été inutile, pas plus que le pardon de Richard, pas plus que la passion d’un Autre, vingt siècles auparavant. C’est ainsi que l’humanité monte vers son destin. Egoïste, bornée, cruelle, elle reste capable encore de rédemption, puisque des êtres, en elle, savent souffrir pour un idéal, aimer la femme et l’enfant jusqu’à l’oubli d’eux-mêmes, et vaincre, au fond de leur cœur, la haine, pour faire le bien, sans espoir de récompense, à ceux qui les ont frappés. »


Quando le sirene tacciono, Maxence Van Der Meersch
Tutti noi preferiamo dimenticare la realtà. Lo testimoniano i films che guardiamo, i libri che leggiamo, le canzoni che ascoltiamo, tutta una cultura estraniante. Se qualcuno, per ansia di giustizia e per amor del vero, ci obligasse a guardare in faccia la raltà essa ci griderebbe soltanto : “No, non ti salvero’”.
Ed é forse per questo che autori come Maxence Van Der Meersch sono stati dimenticati.
Abbiamo letto “Quando le sirene tacciono”, romanzo che racconta degli scioperi operai del 1933 nel nord della Francia. Questo libro, come quasi tutti quelli di Van Der Meersch é difficile da trovare, si nasconde, e forse, chissà, un giorno DaSeyn potrebbe promuoverne la pubblicazione in lingua straniera. Ma oggi, vorremmo solo fare accenno all’umanità che popola le sue pagine. Nel metterci alla lettura di questo libro abbiamo dovuto dimenticare la nostra visione televisiva della sofferenza e della gioia, della vita e della morte.
Laure et Jacques, i due giovani che si amano senza calcolare le conseguenze dell’affetto, il loro bimbo che cresce nel ventre di Laure mentre Jacques viene ucciso dalla folla impazzita. Il vecchio operaio Fidèle che muore ucciso dai suoi compagni operai, flagellato e sbeffeggiato perché cerca di tornare al suo lavoro, alla sua dignità, al suo compito. Fidèle che muore solo, come lo fa la fedeltà nel cuore dell’uomo. E sua moglie che non vedendolo tornare impazzisce e si spegne. Il piccolo orfano Popol, figlio della strada, figlio di nessuno, che riceve in dono un papà e una mamma che non gli sono stati affidati dal sangue ma dalla grazia. Il piccolo Popol, che muore rincorrendo il suo orsacchiotto travolto dai manifestanti, il suo orsacchiotto che con i suoi occhi di vetro sembra « cercare di capire per quale incomprensibile scopo il padrone impietoso dei destini umani avesse avuto bisogno dell’olocausto di Popol ». Il cammino di un’operaio lungo una strada innevata, la marcia di un uomo che non ha più che i suoi piedi insanguinati per camminare, la sua fame per tenerlo in piedi e la certezza dell’amore di sua moglie a guidarlo. Quell’amore tradito, quella moglie puttana. I due amici di fronti diversi, l’operaio e il guardiano. I due amici che nei momenti più duri si erano sempre aiutati e che sono separati da una violenza e da un’ingiustizia senza volto, che prende la loro umanità e la dà in pasto al loro istinto. E infine Jean Denoots l’industriale, ucciso anche lui dalla putrida natura umana, schiacciato anche lui, come i suoi operai, dalle legge del mercato, dal dio denaro.
E poi, infine, come il silenzio in un mare di baccano, il grido della giovane madre il cui piccolo muore di fame nel ventre. « Pietà, pietà » detto due volte, alla finestra, gridando contro vento. E subito, ecco che nuovamente la sirena riprende a suonare, la sirena della fabbrica che richiama gli uomini e le donne al lavoro. Il silenzio di una pace che nessuno potrà più togliere, pace che é frutto di quel grido. La stessa realtà, esattamente la stessa, gli stessi uomini e donne, esattamente gli stessi, sono trasformati da quel grido. Le cose antiche si fanno nuove, grazie a quella domanda gridata, quasi pretesa. « Pietà ». Nessuno potrà dimenticare il male dell’umiliazione, della fame, della morte, della dignità calpestata. Ma la realtà, che prima gridava « no, non ti salvero’ », dopo quel grido della donna madre, sussurra dolcemente all’orecchio « si, ti ho già salvata ». L’umanità diventa grande quando ammette la sua miseria. L’amico é capace di perdonare e di amare il destino dell’altro più del suo progetto, la madre senza più forze, diventa capace di lacerare la sua carne per mettere al mondo un nuovo uomo, i morti esistono ancora, uniti alle intelligenze viventi.
« Il gesto di gioventù di Pierre, il suo rifiuto di prendere le armi e di imparare a uccidere l’altro, non era stato inutile, non era stato inutile il perdono di Richard, non era stata inutile la passione di un Altro, venti secoli prima. E’ cosi che l’umanità sale verso il suo destino. Egoista, limitata, crudele, essa resta ancora capace di redenzione, poiché alcuni in essa sanno soffrire per un ideale, amare la donna e il bambino fino alla dimenticanza di sé e vincere, nel profondo del loro cuore, l’odio, per fare il bene a coloro che li hanno colpiti, senza speranza di ricompensa. »

domenica 19 febbraio 2012

Incipit

Tutta la bellezza di un racconto è, a volte, già annunciata dal suo incipit. Così è senz’altro per “Resurrezione” di Tolstoj e per “La leggenda del santo bevitore” di Joseph Roth.


Entrambi i racconti sono talmente famosi che non mi azzardo a presentarli. Voglio, invece, dire qualcosa sull’incipit.

“Una sera di primavera dell’anno 1834, un signore di età matura scese gli scalini di pietra che, da uno dei ponti della Senna, conducono alle rive del fiume. Là sono soliti dormire, o meglio, accamparsi…..” Non è la perfezione letteraria che traccia le coordinate di tempo, luogo e introduzione del protagonista a sorprendere. Con un’attenzione più profonda si può cogliere qualcosa di diverso: quel personaggio era di età matura, una maturità che si scoprirà non solo rispetto all’età e, come disse un famoso critico italiano, lo spazio non serve per informare che l’azione si svolge a Parigi, ma è come il proscenio di un evento che sta per annunciarsi, che ci fa presagire una sorpresa. Quell’uomo non osserva immobile dal ponte, ma si muove, scende le scale e “un vagabondo veniva incontro al signore maturo…”. L’attesa che si crea ci fa quasi “scendere” da quel ponte per conoscere quei due uomini e avventurarci a nostra volta in qualcosa di imprevisto.

“Per quanto gli uomini, riuniti a centinaia di migliaia in un piccolo spazio, cercassero di deturpare la terra su cui si accalcavano, per quanto la soffocassero di pietre, perché nulla vi crescesse…….la primavera era primavera anche in città.(..) Ma gli uomini non smettevano di ingannare se stessi e gli altri. Gli uomini ritenevano che sacro e importante non fosse quel mattino di primavera..quella bellezza che dispone alla pace, ma sacro e importante fosse quello che loro stessi avevano inventato per dominarsi l’un l’altro”. Accostiamo tale incipit al titolo “Resurrezione”. Non sarà temerario dire che in queste righe si può già leggere un punto di orientamento, un riferimento per appassionarsi alle vicende del principe Nechljudov e di Katjuša Maslova e, molto più, per riflettere sul mistero del male, dell’ingiustizia umana e dell’eterna lotta per avversarli dentro e fuori il cuore degli uomini.


T.B.

Campionare i fumetti: Samplerman comics by Yvang

"Yvan Guillo, aka Yvang, è un fumettista francese nato nel 1971. Ha cominciato pubblicando fumetti in varie fanzine fin dai primi anni ...