De aquel rincón bañado por los fulgores
del sol, que nuestro cielo triunfante llena,
de la florida tierra donde entre flores
se deslizó mi infancia dulce y serena,
envuelto en los recuerdos de mi pasado,
borroso cual lo lejos del horizonte,
guardo el extraño ejemplo nunca olvidado,
del sembrador más raro que hubo en el monte.
Aún no se si era sabio, loco o prudente
aquel hombre que humilde traje vestía;
sólo sé que al mirarle la gente
con profundo respeto se descubría.
Y es que acaso su gesto severo y noble
a todos asombraba por lo arrogante:
¡Hasta los leñadores mirando al roble
siente las majestades de lo gigante!
Una tarde de otoño subí a la sierra
y al sembrador sembrando, miré risueño.
¡Desde que existen hombre sobre la tierra
nunca se ha trabajado con tanto empeño!
quise saber curioso, lo que el demente
sembraba en la montaña sola y bravía;
el infeliz oyóme benignamente
y me dijo con onda melancolía:
-Siembro robles y pinos y sicomoros;
quiero llenar de frondas esta ladera,
quiero que otros disfruten de los tesoros
que darán estas plantas cuando yo muera
Forse la più famosa canzone di Dario Fo, dallo spettacolo "Ci ragiono e canto", del 1969. E' stata interpretata anche da Enzo Jannacci. La canzone ha una storia controversa. Fino a poco tempo fa appariva come la versione adattata di una canzone popolare catalana. Così scrivevo il 18 febbraio 2006. In realtà le cose sembrano essere assai diverse. Scrive Claudio Cormio:
" 'Ho visto un re' è stata composta per Ci ragiono e Canto N°2 che è una versione più spuria del N°1 ed era prodotto dalla "Comune", ovvero il gruppo che viene fuori attraverso varie scissioni dal Teatro d'Ottobre e da Nuova Scena.
In questa versione dello spettacolo vi sono numerose canzoni più direttamente politiche, molte dei quali scritte ex novo da Fo e spacciate per popolari.
Esisteva di questo spettacolo l'incisione in due ellepi e un libretto di testi prodotti da "La Comune" e messi in vendita militante durante gli spettacoli. In quei dischi la nostra canzone non era incisa ma compariva nel libretto. Il ritornello "Ah beh, Sì beh!" deriva da un modo di canto toscano (credo della zona del Monte Amiata ) chiamato "Bey", che fa una specie di coro Yodel e sottende il canto principale.
La canzone venne poi incisa da Jannacci in un 45 giri a firma Dario Fo per il testo e da un maestro prestanome che ha depositato la musica per Paolo Ciarchi che allora non era iscritto alla SIAE.
Probabilmente i "Trinca" l'hanno tradotta in quel periodo. Fo la ridepositò poi completamente a suo nome in anni successivi. Per questioni di "cortesia " la paternità della musica non è ad oggi stata ancora rivendicata."
par Charlotte Cheetham & Sophie Demay
L’enjeu du projet Open Books, est de questionner la représentation et l’exposition de l’objet livre.
Sa première version, présentée à Londres en février 2011 par les curatrices du projet, Charlotte Cheetham & Sophie Demay, avait pour ambition de questionner cette thématique en exposant une sélection de livres, de projets et d’installations. Reposant sur une scénographie pensée comme une réponse à cette thématique, les projets éditoriaux exposés, recueil d’expérimentations, ont également pris forme dans une publication qui théorise et documente ces questions.
La seconde version du projet prend pour point de départ le corpus d’éditions présentées à Londres et propose une nouvelle mise en espace de l’objet livre.
À travers un processus de mise en abîme et d’extraction des références, l’installation propose ainsi au public une excroissance éditoriale, reflet du corpus initial. Pensée comme un prolongement, cette ré-interprétation du projet invite le public à la découverte et à la consultation de ces objets et de leurs connexions manifestes.
Exposition Du 9 au 21 septembre 2011
Vernissage le vendredi 9 septembre à 18h Cneai de Paris, 20 rue Louise Weiss, 75013 Paris
- Samedi 10 septembre à 17h – The Crystal Maze II — Freeake Library
Dans le cadre d’Open Books II, Catherine Guiral, Brice Domingues et Jérôme Dupeyrat proposent la seconde édition du Crystal Maze, dispositif de monstration et de discussion dédié aux livres, à l’édition, et à tout ce qui s’y rapporte par des prismes divers que sont par exemple la lecture, le graphisme et le cinéma. Le Crystal Maze est un labyrinthe où se rencontrent des objets, des images et des voix, réunis pour l’occasion autour de la triple figure du Free, du Freak et du Fake.
Invités: Marcelline Delbecq (artiste), Alexandru Balgiu (graphiste), Xavier Bouyssou (étudiant graphisme/illustration).
Jérôme Dupeyrat est doctorant en esthétique, éditeur et enseignant en histoire de l’art contemporain. Catherine Guiral, chercheuse en histoire du design au Royal College of Art et enseignante, et Brice Domingues, sont les graphistes fondateurs du studio mobile officeabc.
- Samedi 17 septembre dès 16h – rencontres & performances
Pendant les journées européennes du patrimoine 2011, Charlotte Cheetham et Sophie Demay explorent avec leurs invités certains des éléments consubstantiels à l’objet livre: la collection, la double page et la bibliothèque. Basé sur une série de performances et d’installations sonores et visuelles, cet événement s’intéresse notamment à la physicalité du livre et à sa transcription au travers d’autres médias.
Invités: James Langdon (designer graphique et fondateur/ commissaire d’Eastside Project, Birmingham), Stuart Whipps (artiste et photographe, Birmingham), Dominique Hurth (The Reading Room, Berlin), Sylvie Boulanger (Cneai/Fmra).
- Mercredi 21 septembre de 18h à 21h – Marché aux livre
Remise en circulation des livres
via manystuff
UK sculptor Stephen Kettle works primarily with thin pieces of stone slate, using the material to build figures, busts, animals, and other objects. His most famous piece is a sculpture of Alan Turing (first four images) on display at Bletchy Park in Britain. The piece took 18 months to build and weighs 3,000 pounds (1.5 tons). (images via nolan huzenga, ken dougals, davkav, and the artist)
"Quando l’allievo non fa che ripetere non la stessa risonanza ma un miserabile ricalco del pensiero del maestro; quando l’allievo non è che un allievo, fosse pure il più grande degli allievi, non genererà mai nulla. Un allievo non comincia a creare che quando introduce egli stesso una risonanza nuova, cioè nella misura in cui non è un allievo. Non è che non si debba avere un maestro, ma bisogna discendere da un maestro per le vie naturali della figliazione, non per le vie scolastiche del discepolato".
Sophie Taeuber-Arp è stata un’artista molto calibrata e la sua opera non è mai stata caratterizzata da eccessi o stravaganze. Hans Arp diceva di lei che era la persona più modesta che avesse mai incontrato, che giudicava le proprie opere molto severamente, che non le mostrava volentieri e non voleva né esporle, né pubblicarle29. Il carattere schivo e riflessivo dell’artista trova riscontro nei suoi esperimenti di astrazione e riduzione al minimo delle forme che cercava di perseguire in pittura mediante la giustapposizione di piani ortogonali e figure geometriche. Un tipo di ricerca che influenzò da subito Hans Arp e il cui eco è riscontrabile nelle opere di Piet Mondrian30.
Tutta l’opera di Sophie Taeuber-Arp appare strettamente legata alla sua formazione professionale. Il continuo traslare di motivi astratti dalla tela ai tessuti o alla carta, la trasposizione in pittura di cui si è parlato della Tête DADA, denunciano una padronanza del linguaggio tecnico e una conoscenza dei materiali che non pone limiti all’espressione. Non ultima per importanza, la sua esperienza come ballerina che le permise di studiare i movimenti del corpo e di sperimentarne l’essenzialità. Molti aspetti delle opere qui analizzate rendono possibile un fruttuoso confronto con le opere degli altri dadaisti, come per’altro si è cercato di fare, ma le opere di Sophie Taeuber-Arp testimoniano allo stesso tempo una sensibilità personale verso le tecniche ed i materiali propri delle arti applicate. Le Têtes dada, come evidenziato, si apparentano per molti motivi al linguaggio che si andava elaborando in ambito dada, ma non possono considerarsi opere stridenti, con l’intento di colpire ed indignare. Mantengono un tono leggero e ludico, che le rende gradevoli all’impatto visivo. Questo atteggiamento rivela l’interesse dell’artista per la creazione di oggetti integrabili con lo spazio vitale umano e questa volontà la porterà ad accettare commissioni importanti nell’ambito della progettazioni di articoli per l’arredo, decorazione e progettazione di interni31. Un modo di fare arte che per certi versi trova affinità anche con il Bauhaus. Questa poliedricità che non permette di incasellare le sue opere all’interno di un’unica tendenza artistica rende necessari altri studi e mostre che mettano in luce i diversi aspetti dell’opera di un’artista ancora poco conosciuta32.
Brigitte Sabouraud nait en 1922. Ses parents Raimond-Jacques et Marie-Rose, Sabouraud1 eurent trois enfants : Brigitte, l'aînée; Olivier le second (1924-2006) et Virginie Marie Aimée, sa sœur (1926-1956)2. Elle est la nièce du poète Philippe Soupault et de Jean de Brunhoff, le créateur de Babar et, par conséquent aussi la cousine de Laurent de Brunhoff qui continue les aventures du célèbre éléphant français.
Elle fit ses classes chez Charles Dullin et débuta au cabaret « Chez Suzy Solidor » où elle récita puis chante des poèmes. L'établissement que Suzy Solidor venait d'ouvrir en février 1949, rue Balzac, est abandonné par celle-ci à la fin des années 1950, laissant Brigitte Sabouraud sans scène de cabaret.
Elle enchaîne aussi, à cette époque, sur des petits rôles au théâtre, et c'est ainsi qu'en 1949, on retrouve Brigitte Sabouraud en temps que comédienne au Théâtre de l'Œuvre dans Saint Parapin de Malakoff : une pièce écrite par Albert Vidalie, mise en scène du jeune Charles Bensoussan, avant qu'il ne devienne Philippe Clair, avec des décors de Klementieff3.
Brigitte Sabouraud donne bientôt régulièrement des récitals sur la scène de cabaret à l'Écluse. Elle s’accompagnera par la suite à l’accordéon et se créra un véritable répertoire de chansons de marins, de textes de Francis Carco et de créations personnelles, dont certaines furent reprises par la chanteuse Barbara. Celle-ci lui doit ses premières apparitions sur scène au Cabaret L'Écluse et son succès naissant.
« Silhouette de coin de rue, jupe noire et foulard rouge, Brigitte Sabouraud épinglée par le phare du projecteur propose hardiment ses fleurs : Lilas, muguet, chéri, c’est le printemps, si tu voulais… De la houle de son accordéon surgissent maintenant des paysages marins : Ça sent le goémon, les algues mirliflores… », écrira Marc Chevalier, dans son livre « L’Écluse, mémoires d’un cabaret ».
Son nom reste indissociable de celui de Barbara, qu’elle contribua à faire connaître et des artistes estampillés « rive gauche ». « J’ai toujours beaucoup aimé Barbara. C’est moi qui l’ai fait commencer à l’Écluse. Je chantais, j’écrivais des chansons, mais je m’occupais aussi de l’organisation des programmes. J’étais la présidente-directrice générale de l’Écluse », confiait-elle en mai 1998 au micro de Marie-Hélène Parinaud sur Radio Bleue4.
Barbara dira d'elle : « La place que j'occupe à l'Ecluse, c'est elle qui aurait dû l'avoir. » (Gilles Schlesser, Le Cabaret "rive gauche", édition de l'Archipel, 2006, p. 626)
Dans les années 1960, Brigitte Sabouraud signe avec les productions Jacques Canneti. Plusieurs disques sortiront dont on trouve peu de trace.
Les dernières années de son vie, elle a travaillé à l'écriture d’un livre de souvenirs4.
Elle est décèdée en 2002, et est inhumée au cimetière de Chaville5 (92).
N'ayant pas trouvé le temps ou l'envie de fonder un foyer, elle ne laisse pas d'héritiers directs, ses affaires sont ensuite administrées par son frère Olivier (père de 2 enfants : Nicole et Frédéric) jusqu'au décès de ce dernier en 2006.
Blá nótt yfir himininn
Blá nótt yfir mér
Horf-inn út um gluggann
Minn með hendur
Faldar undir kinn
Hugsum daginn minn
Í dag og í gær
Blá náttfötin klæða mig í
Beint upp í rúm
Breiði mjúku sængina
Loka augunum
Ég fel hausinn minn undir sæng
Starir á mig lítill álfur
Breytir mér í, en hreyfist ekki
Úr stað – sjálfur
Starálfur
Opna augun
Stírurnar úr
Teygi mig og tel (Hvort ég sé ekki)
Kominn aftur og alltalltílæ
Samt vantar eitthvað
Eins og alla veggina
(Starir á mig lítill álfur)
(Breytir mér í)
by Sigur Ros
Blue night over the sky
Blue night over me
Disappearing out the window
With my hands
Hidden under my cheeks
I think about my day
Today and yesterday
I put on my blue pajamas
Go straight to bed
I caress the soft covers
Close my eyes
I hide my head under the sheets
A little elf stares at me
Turns me in, but doesn't move
From his place – himself
A staring elf
I open my eyes
The crusts come off
I stretch myself and check (If I haven't)
Once again and everything is okay
Still there is something missing
Like all the walls
Gli architetti Stefano Boeri (Studio Boeri), Richard Burdett, Mark Rylander (McDonough & Partners) e Jacques Herzog (Herzog & De Meuron) hanno immaginato l'Expo 2015 come un Giardino Planetario,
una sorta di grande Parco Botanico Planetario strutturato su una griglia di tracciati ortogonali e circondato da canali d’acqua e da grandi architetture paesaggistiche.Un primo asse di 1,4 km, disposto in linea con il tracciato storico del Sempione, ospiterà un grande Boulevard pedonale e ciclabile dove si muoveranno i visitatori. Al centro di questo asse, un grande Tavolo Planetario ospiterà chiunque voglia sostare per riposarsi, osservare i Padiglioni, assaggiare il cibo e gli alimenti coltivati e distribuiti dalle diverse Nazioni.Un secondo asse perpendicolare, che riprende le geometrie dei tracciati agricoli che circondano Milano, sarà invece il riferimento per la suddivisione dei lotti destinati ai Padiglioni Nazionali, che si affacceranno sull'asse centrale e avranno tutti a disposizione (a prescindere della loro importanza geopolitica) una stessa campitura di terreno.I due assi genereranno una griglia chiara e aperta di spazi; di questi, una parte sarà progettata dagli organizzatori, mentre l'altra sarà direttamente realizzata dai Paesi invitati.Lungo il perimetro dell'area Expo 2015 ci saranno grandi serre bioclimatiche, destinate a ricostruire i principali Biomi planetari (la foresta tropicale, la tundra, il paesaggio mediterraneo, i climi estremi dei Poli, il deserto...) e saranno il punto di partenza per i lotti coltivati dai diversi Paesi.L'intero perimetro dell'area dell'Expo sarà poi circondato da una serie di percorsi navigabili che, grazie ad un sistema di fitodepurazione, raccoglierà e pulirà le acque dei canali presenti nel sito. E' previsto infine un grande progetto di rilancio delle cascine comunali di Milano che sapra' valorizzare il loro ruolo storico con una rete di apposite strutture ricettive, come agroturismi e B&B. "Non è un’opera architettonica – ha spiegato Lucio Stanca amministratore delegato di Expo 2015 S.p.A – ma un’architettura complessiva del paesaggio che ribalta il tradizionale concetto di monumentalità legato alle esposizioni del passato”. Expo 2015, destinata a sorgere alle porte di Milano, occuperà un’area di complessivi 925mila metri quadrati, e nelle intenzioni del comitato oprganizzativo rappresenterà il tema centrale “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita”.
Louis Kahn è il solo architetto della seconda metà del novecento che può essere collocato nell'Olimpo di Le Corbusier, di Walter Gropius, di Frank Llyod Wright e di Ludwig Mies van der Rohe.
Louis Kahn nacque nel 1901 in Estonia da una famiglia di umili origini. All'età di tre anni rimase ustionato al volto a causa di alcuni tizzoni ardenti del camino che diedero fuoco al grembiule che indossava e che gli crearono delle cicatrici che portò per tutta la vita. Nel 1906 Louis si trasferì con i fratelli e la madre Bertha negli Stati Uniti, dove il padre Leopold era emigrato nel 1904. Il 15 maggio 1914 divenne cittadino statunitense e l'anno seguente cambiò il suo nome.
Dopo la guerra diventa professore di architettura a Yale e ottiene nel biennio 1950-1951 una borsa Fulbright all'Accademia americana di Roma che gli permette di viaggiare anche nel bacino del Mediterraneo. Al ritorno a Philadelphia il suo stile muta radicalmente e la realizzazione alla fine degli anni Cinquanta dei laboratori Richards all'Università di Pennsylvania - di cui dal 1956 è diventato professore - lo proietta all'attenzione critica internazionale. I capolavori si succedono l'uno all'altro e l'architetto ottiene anche incarichi fuori degli Stati Uniti. Il dibattito architettonico del secondo dopoguerra viene profondamente vivificato dal lavoro di Kahn e la sua influenza è decisiva in architetti come Robert Venturi, Charles Moore, Louis Sauer, Mario Botta, Romaldo Giurgola e tanti altri. Il dettato razionalista che lega meccanicamente forma e funzione, lascia il posto alla riflessione sulle ragioni umane, simboliche e istituzionali del costruire. A quello che il maestro chiama il voler essere di ogni progetto. La separazione tra il momento razionale e quello espressivo della progettazione viene definitivamente superata. La forma, nelle costruzioni di Kahn, ridiventa funzione e la funzione, forma. La morte lo coglie il 17 marzo del 1974 al ritorno da Ahmedabad per una supervisione del cantiere dell'Istituto Indiano di Amministrazione che insieme al parlamento di Dacca lascia tracce visibili del suo pensiero anche nella lontana India.
Il lavoro del Kahn che opera negli anni Trenta e nel periodo bellico ha una chiara impronta funzionalista e si sviluppa in progetti di urbanistica e per la razionalizzazione degli insediamenti da edificare in supporto allo sforzo bellico degli Stati Uniti. Oltre ai temi di rilevanza sociale, condotti in associazione con Howe e Storonov, l'architetto progetta case unifamilari che riecheggiano i motivi formali e gli impianti di Walter Gropius e Marcel Breuer emigrati dalla Germania. In queste case non vi è alcun elemento che lasci presagire il successivo sviluppo di Kahn, eccetto un forte senso di radicamento al terreno della costruzione. Il passaggio da questa prima fase funzionalista al Kahn maturo è segnata dai disegni che l'architetto esegue nel 1950-51 nei suo viaggio nel bacino del Mediterraneo. È la premessa che apre la strada allo sviluppo della sua poetica. I capolavori cominciano a nascere dalla metà degli anni Cinquanta: la nuova Galleria d'arte di Yale, i laboratori Richards a Philadelphia, l'Unitarian Church a Rochester, l'istituto Salk a La Jolla, la biblioteca Philips a Exeter, il museo Kimbell a Fort Worth.
Tre materiali assumono il valore di autentiche pietre miliari del percorso artistico di Kahn e permettono di cogliere con chiarezza il passaggio dall'architetto di scuola bauhausiana, al grande innovatore successivo.