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giovedì 5 marzo 2020

Aichi Prefectural University of Fine Arts and Music, Junzo Yoshimura


Un edificio non si può esporre in un museo, e questo fa dell'architettura un arte (ma un'arte più simile a quella di creare un bel vaso più che a quella di creare un bel quadro) che da immagini sui libri o su internet non si capisce del tutto.
Per cui, perdonateci, ma questo articolo sarà per forza incompleto.

Il campus della Aichi Prefectural University of Fine Arts and Music è stato progettato completamente dallo studio di Junzo Yoshimura, con un grande aiuto di Akio Okumura, nel 1966-70. La prima cosa che viene in mente guardandolo, è che è fatto per il posto in cui è, e per la funzione che ha, come un abito su misura. 


Sorge su una collina che divide due valli, circondata da boschi. Un terreno difficile; ci si potrebbe immaginare che per spostarci fra una classe e l'altra si debbano affrontare salite, curve eccetera. Invece, tutto è parallelo, tutto è piano, o quasi. Allora, è stata cambiata da cima a fondo la topografia del terreno?
No. Se guardiamo la mappa topografica del sito prima e dopo la costruzione, le linee altimetriche (quelle linee che segnano l'altitudine di un terreno), praticamente sono inalterate. 
Yoshimura ha adottato la tecnica dell'accontentarsi. Ha trovato, sulla mappa, la zona relativamente più pianeggiante, che risulta essere quella che corre sulla cresta fra le due valli, si allarga a destra e a sinistra ma è schiacciata dalla collina che incombe dietro.

Il campus originario è quello che comincia dal piazzale del parcheggio; gli edifici in primo piano sono aggiunte posteriori.

Stralcio della pianta
Okumura chiama questa tecnica il trovare "lo spazio dell'intervallo" (間の空間, ma no kūkan). La parola ma esprime molti significati diversi, anche in questo stesso progetto. Per quanto riguarda la decisione di dove posizionare gli edifici, ma no kūkan significa trovare il giusto punto fra le varie altezze del terreno. 

E siccome ogni edificio ha un suo posto particolare in questo equilibrio fra colline e valli, ogni edificio è completamente diverso. Per esempio, sulla cresta fra le due valli sorge l'edificio delle aule, asso centrale della composizione.


Questo è sorretto da pilotis che lasciano che lo sguardo abbia sempre come orizzonte il verde e le colline, perchè mettere un muro fra due valli è creare due territori diversi. Qui, ma no kūkan significa essere coscienti di essere fra due spazi diversi.
Questo edificio è un invenzione geniale. In Giappone, l'architettura delle scuole è importantissima, e si è venuta a solidificare una tipologia da cui, per economia e anche per tradizione, è difficile scostarsi. Questa vuole aule a sud, e il corridoio a nord. 
Ma qui, il terreno è quel che è; Yoshimura si accontenta, abbiamo detto. Non c'è esposizione a sud, ma a est e a ovest. Se si mette il corridoio a est, le classi non hanno luce al mattino, e se si mette a ovest, non hanno luce il pomeriggio.
Ecco quindi il primo edificio in cui il corridoio è sotto le aule, e in cui tutte le aule hanno finestre ininterrotte su entrambi i lati, da cui passa la brezza d'estate e la luce tutto il giorno. E grazie ai pilotis, questo edificio è anche la strada principale del campus.



Un'altro edificio su misura è l'auditorium (questa università ha due facoltà: quella di belle arti e quella di musica). Qui l'elemento principale è il tetto, una unica lastra di cemento spiegazzata che forma la cassa sonora, si bilancia su dei pilastrini e di nuovo si impenna per coprire l'ingresso.

 

Poi l'edificio per le esercitazioni personali di musica; la biblioteca; la sala espositiva delle sculture degli allievi; gli atelier. Ognuno con una forma diversa, ognuno con il suo suono, come strumenti musicali. Lo disse lo stesso Yoshimura che vide in sogno danzare e posarsi al proprio posto ogni edificio, come uno strumento musicale che si accordava al proprio ruolo nell'orchestra.

Gli atelier sono posti dove si produce, e in questa università sembrano davvero delle fabbriche. Lucernari a shed, per avere le pareti libere e una luce morbida, da scultore; pavimento in mattoni pronto a sporcarsi (e infatti in tutto il complesso degli atelier non c'è un centimetro libero dalle macchie di pittura). E il sito, che è l'unico ad essere in discesa, fa si che questi atelier siano adagiati come a gradoni, con un corridoio che forma visuali sempre nuove, con punti bui e improvvise piogge di luce, e scorci su artisti indaffarati.


Quindi, per la forma degli edifici, ancora Yoshimura ricorre al concetto di ma no kūkan. In questo caso, significa "forma fra il contesto e la funzione".

Ciò che non si può descrivere di questo campus è l'aria di rovina moderna che c'è, nell'invecchiare del cemento e del legno, nel romanticismo dei giovani artisti e nella foresta che pian piano si rimangia il costruito.
Andandoci, viene in mente Villa Adriana. Non solo perché è un'armonia di forme disposte sulla natura senza cambiarla, ma soprattutto perché i futuri architetti-archeologi lo visiteranno e lo copieranno spudoratamente, come una rovina romana.



sabato 27 luglio 2019

Architettura e geometria: in die irae

Secondo quanto scrive Takashi Hasegawa in Dōbutsu no kenchikugaku, da quando l'uomo iniziò a crearsi delle tane, delle abitazioni non dissimili da quelle degli animali, fu solo ad un punto indefinito della storia che, tramite la geometria, poté realizzare qualcosa di distinto dalla natura. Ovvero, si può dire, la geometria esiste già nella natura, sì; l'uomo non ha inventato la geometria; ma il suo utilizzo è stato "imparato", non è parte del suo corredo genetico, come è, per esempio, nelle api.
C'era una signora senzatetto che viveva a Roma in Piazza di Santa Maria Maggiore, che si è costruita accanto alla fermata del bus un rifugio fatto di carta di giornale, dalla forma indefinibile, che ho sempre immaginato come l'entrata a una tana sotterranea. Non so se lei vi abiti per necessità o per scelta, ma credo che la sua non sia stata una vita tranquilla, e indovinando, molte persone avranno tentato di scacciarla.

E' come se l'uomo avesse bisogno della dignità di sapersi uomo, prima di poter tornare a usare la geometria. Sempre Hasegawa afferma che l'uomo non può che ritornare all'architettura pre-geometrica in situazioni di disastri, di guerre, di necessità estrema: in seguito al grande terremoto di Tokyo del 1923, quando la città fu  rasa al suolo e bruciata da un vasto incendio, si osservavano ovunque rifugi realizzati con tessuti, scarti edilizi, che si reggevano su alberelli utilizzati come pilastri, quasi come nidi di uccello. In die irae, quando non si sa più se ci è permesso di essere uomini, anche l'architettura ritorna ad essere animalesca.
Ma, non avendo noi uomini l'istinto alla non geometria, non riusciamo ormai più a ritornare del tutto animali: anche l'architettura di Gaudì o di Gehry è profondamente basata su calcoli matematici e proporzioni; ugualmente, le baracche dei terremotati di Tokyo e la tana di giornali della senzatetto di Roma hanno un certo fascino, sono fatte di una forma ancora abbozzata ma che tende piano piano alla geometria, all'unire un punto all'altro, a eliminare lo spazio non utilizzato, a reagire all'ambiente esterno razionalmente. Sono inequivocabilmente opera di uomini e non di animali: quello che gli manca ancora è la libertà (la libertà materiale di mezzi e materiali, e la libertà di sapersi uomini). E non appena il disastro finisce, come in tutto il mondo dopo la seconda guerra mondiale, gli uomini che erano stati per forza di cose estremamente non liberi, con una grande boccata d'aria, si trovano più liberi di prima, e questo si riflette nell'architettura, non più legata al "si deve fare così"; e comincia a porre questioni radicali da cui nascono nuove soluzioni. 

martedì 10 aprile 2018

Museo della Ceramica di Tokoname ( 陶芸研究所 - 常滑 ) Horiguchi Sutemi ( 堀口捨己 )



A Tokoname, piccola e bella città artigiana della prefettura di Aichi, troviamo questa opera di Horiguchi Sutemi, il pioniere dell'architettura moderna giapponese; quello che ha definito la "giapponesità" dell'architettura tradizionale, ossia le sue caratteristiche distintive, e cosa la rende estremamente moderna; quello che ha cominciato sperimentando lo stile della secessione viennese e lo ha incrociato con lo stile vernacolare nipponico; quello che era capace di ricreare un perfetto e colto stile sukiya così come un edificio assolutamente moderno.
E' un museo della ceramica, costruito negli anni '60, è un'opera tarda di Horiguchi ed è estremamente semplice. Nessun "significato" o "simbolo" o "stile" si frappone fra il visitatore e l'edificio. La caratteristica principale è che tutti i diversi elementi sono accostati senza nessuna mediazione. Le pareti, il soffitto, il pavimento sono tutti trattati in modo diverso, finiscono sullo spigolo e basta; per questo sembrano continuare oltre, infilarsi dietro agli angoli come se fossero solo appoggiati lì. La struttura in calcestruzzo armato forma una croce sul soffitto dell'ambiente principale; i quattro settori del soffitto, con i lucernari, hanno la stessa configurazione, ma sono ruotati di novanta gradi fra di loro, in un modo che sembra quasi arbitrario e non armonico. Invece, non cambierebbe nulla se fossero tutti ben paralleli e ripetuti, dal punto di vista dell'illuminazione; allora, tanto vale essere coerenti e fare questa rotazione: almeno, il visitatore si ricorderà di aver visto un soffitto. 
Horiguchi fa di questa semplice giustapposizione di elementi diversi la logica principale del progetto. Troviamo una stanza del té in legno e bambù proprio dietro una semplice porta, e una stanza con tatami e tokonoma al secondo piano, che affaccia su un balcone in cemento armato. 
All'ingresso una bellissima scala di legno appesa a una trave crea uno spazio a doppia altezza a cui tutti gli ambienti si riferiscono.
Questi ambienti di forma rettangolare sono tutti compresi in una semplicissima struttura a moduli quadrati, una gabbia di cemento tamponata con muri rivestiti in tessere di ceramica, che dall'esterno non svela molto, se non per il bel ballatoio e la forma spigolosa dei lucernari estradossati sulla copertura.


Questo edificio non ha mai subito modifiche, per cui i colori accesi dei pavimenti, diversi a seconda dell'ambiente, ora sono molto più sbiaditi; gli arredi sono quelli degli anni sessanta; il personale stesso del museo sembra uscito dall'era Showa. Motivo in più per visitarlo: affrettatevi prima che rifacciano i pavimenti!






mercoledì 7 marzo 2018

Pritzker Prize 2018 to Balkrishna Doshi




His work in architecture to affect humanity is deeply personal, responsive, and meaningful.


Chicago, IL (March 7, 2018)—Professor Balkrishna Doshi, of India, has been selected as the 2018 Pritzker Architecture Prize Laureate, announced Tom Pritzker, Chairman of Hyatt Foundation, which sponsors the award that is known internationally as architecture’s highest honor.

Architect, urban planner, and educator for the past 70 years, Doshi has been instrumental in shaping the discourse of architecture throughout India and internationally. Influenced by masters of 20th-century architecture, Charles-Édouard Jeanneret, known as Le Corbusier, and Louis Khan, Doshi has been able to interpret architecture and transform it into built works that respect eastern culture while enhancing the quality of living in India. His ethical and personal approach to architecture has touched lives of every socio-economic class across a broad spectrum of genres since the 1950s. 

“My works are an extension of my life, philosophy and dreams trying to create treasury of the architectural spirit. I owe this prestigious prize to my guru, Le Corbusier. His teachings led me to question identity and compelled me to discover new regionally adopted contemporary expression for a sustainable holistic habitat,” comments Doshi. He continues, “with all my humility and gratefulness I want to thank the Pritzker Jury for this deeply touching and rewarding recognition of my work. This reaffirms my belief that, ‘life celebrates when lifestyle and architecture fuse.’”

Doshi’s architecture explores the relationships between fundamental needs of human life, connectivity to self and culture, and understanding of social traditions, within the context of a place and its environment, and through a response to Modernism. Childhood recollections, from the rhythms of the weather to the ringing of temple bells, inform his designs. He describes architecture as an extension of the body, and his ability to attentively address function while regarding climate, landscape, and urbanization is demonstrated through his choice of materials, overlapping spaces, and utilization of natural and harmonizing elements.

“Professor Doshi has said that ‘Design converts shelters into homes, housing into communities, and cities into magnets of opportunities,” comments Mr. Pritzker. “The life’s work of Balkrishna Doshi truly underscores the mission of the Prize—demonstrating the art of architecture and an invaluable service to humanity. I am honored to present the 40th anniversary of this award to an architect who has contributed more than 60 years of service to us all.”

The architect designed Aranya Low Cost Housing (Indore, 1989), which presently accommodates over 80,000 individuals through a system of houses, courtyards and a labyrinth of internal pathways. Over 6,500 residences range from modest one-room units to spacious homes, accommodating low and middle-income residents. Overlapping layers and transitional areas encourage fluid and adaptable living conditions, customary in Indian society.

Doshi´s architecture is both poetic and functional. The Indian Institute of Management (Bangalore, 1977-1992), inspired by traditional maze-like Indian cities and temples, is organized as interlocking buildings, courts and galleries. It also provides a variety of spaces protected from the hot climate. The scale of masonry and vast corridors infused with a campus of greenery allow visitors to be simultaneously indoors and outdoors. As people pass through the buildings and spaces, Doshi invites them to experience their surroundings and also suggests the possibility of transformation.

CEPT
Centre for Environmental Planning and Technology
The 2018 Jury Citation states, in part: “Over the years, Balkrishna Doshi has always created an architecture that is serious, never flashy or a follower of trends. With a deep sense of responsibility and a desire to contribute to his country and its people through high quality, authentic architecture, he has created projects for public administrations and utilities, educational and cultural institutions, and residences for private clients, among others.” The Jury continues, “Doshi is acutely aware of the context in which his buildings are located. His solutions take into account the social, environmental and economic dimensions, and therefore his architecture is totally engaged with sustainability.”

His studio, Sangath (Ahmedabad, 1980), translates to “moving together.” The placement of communal spaces, including a garden and outdoor amphitheater, highlights Doshi’s regard for collaboration and social responsibility. Vaulted roofs, porcelain mosaic tile coverings, grassy areas, and sunken spaces mitigate extreme heat. The mosaic tile detail is echoed in the tortoise-shell inspired roof of Amdavad Ni Gufa (Ahmedabad, 1994), an undulating, cave-like, ferro-cement art gallery, positioned underground, featuring works of Maqbool Fida Husain.


Other notable works include academic institution Centre for Environmental Planning and Technology (CEPT University) (Ahmedabad, 1966-2012); cultural spaces such as Tagore Memorial Hall (Ahmedabad, 1967), the Institute of Indology (Ahmedabad, 1962), and Premabhai Hall (Ahmedabad, 1976); housing complexes Vidhyadhar Nagar Masterplan and Urban Design (Jaipur, 1984) and Life Insurance Corporation Housing or “Bima Nagar” (Ahmedabad, 1973); and private residence Kamala House (Ahmedabad, 1963), among many others.

“Every object around us, and nature itself—lights, sky, water and storm—everything is in a symphony,” explains Doshi. “And this symphony is what architecture is all about. My work is the story of my life, continuously evolving, changing and searching…searching to take away the role of architecture, and look only at life.”

Doshi is the 45th Pritzker Prize Laureate, and the first to hail from India. The 2018 Pritzker Architecture Prize ceremony commemorates the 40th anniversary of the accolade, and will take place at the Aga Khan Museum in Toronto, Canada, this May. The Laureate will present a public lecture, in partnership with the John H. Daniels Faculty of Architecture, Landscape, and Design at the University of Toronto on May 16, 2018.

sabato 17 febbraio 2018

Kayabuki (茅葺)


Il tetto di paglia, in giapponese kayabuki, non viene usato soltanto per le case dei contadini, ma anche per templi e palazzi. In effetti, questo materiale così rustico e povero è bellissimo. Come il manto di un animale, la pioggia lo arruffa e ne fa grumi che sgocciolano sulla linea di gronda. 


I tetti raggiungono spessori anche superiori al metro. I fasci di paglia sono fissati, compressi, sovrapposti, pareggiati, rasati. Arrotondano le pieghe del tetto, prendono naturalmente una piccola curva convessa (non concava come nei tipici tetti giapponesi). 
Cambiano colore, accolgono erbacce e parassiti, si macchiano di verde e di umidità.



Sovrapposti a case fatte di una pianta libera, di pilotis e finestre/parete, così simili all'architettura moderna, i preistorici tetti kayabuki non sfigurano. L'architetto Horiguchi Sutemi, fra i pionieri del modernismo giapponese, lo capì per primo, accostando un tetto di paglia a una casa in stile secessionista.


mercoledì 7 febbraio 2018

Restauro della pagoda del Yakushiji


La pagoda est dello Yakushiji di Nara è un edificio originale del 730. Quello iniziato nel 2012 è il secondo restauro della sua storia; la pagoda viene disassemblata e restaurata elemento per elemento, come una macchina. Il pilastro centrale, alto ben 34 metri, è ormai pietrificato, e cavo all'interno; eppure, continua la sua funzione.

giovedì 25 gennaio 2018

Città, paura e desiderio: Nagoya


Nagoya è una città che non si impara facilmente; la monotonia degli edifici e la ripetizione degli stessi elementi, tutti esatte repliche di un modello sconosciuto, come i konbini, le aree di parcheggio a pagamento, le stazioni della metropolitana, le grandi catene di centri commerciali, non aiutano. Sembra di non poterla conoscere mai bene. I monumenti storici sono chiusi in recinti o resi invisibili dagli alberi, per cui dalla strada non si intendono. Le insegne dei negozi, enormi e colorate, si tendono a dimenticare facilmente per i non yamatologi.
L'ingegneria civile, quella delle strade sopraelevate e delle torri per le telecomunicazioni, dei canali e dei cavi sospesi è ciò che dà la vera forma alla città. Quando si pensa a Nagoya in generale, sono questi gli elementi che vengono in mente.
Piano piano ci si costruisce un modo per classificare Nagoya. Si capisce che, proprio appena dietro a dove ci sono aree commerciali pulitissime e capitaliste, probabilmente si trova la rispettiva area residenziale, con le case che meno piani hanno, più sono belle. Si capisce che è il negozio più piccolo quello su cui basarsi per ricordarsi quel dato posto, perché è probabilmente quello che è lì da più tempo. Si capisce che, anche se ci si perde, prima o poi una stazione della metropolitana la si incontra.






lunedì 15 gennaio 2018

Ipse dixit: Antonin Raymond

Life in these days was profoundly interesting. Creative activity was stirring, the pseudoclassical tradition was cracking up.
Horizons widened, one's blood began to circulate. I felt a need to devote my life to finding out what is good and what is bad, what is true and what is false, what is beautiful and what is ugly.


Antonin Raymond, An autobiography

domenica 24 dicembre 2017

Buon Natale da DaSeyn

José "Pitok" Blanco, Harvest scene
DaSeyn augura a tutti i lettori e anche ai non lettori un buon Natale!
Ci vediamo presto con nuove escursioni su arte, architettura, cinema, design, fotografia, grafica, informatica, letteratura e teatro. Per EsserCi.

domenica 17 dicembre 2017

Le Corbusier et les "arts dits primitifs"

XXe Rencontre de la Fondation Le Corbusier

Organisée en partenariat avec
le musée du quai Branly − Jacques Chirac
et l’Université Paris 1 Panthéon-Sorbonne 

18 - 20 janvier 2018



Le Corbusier
et les "arts dits primitifs"

Le Corbusier a, tout au long de son parcours, copié, publié, exposé et collectionné les « arts dits primitifs », selon son expression, de ses dessins au Musée d’ethnographie du Trocadéro en 1908-1909 au Poème électronique multimédia qu’il conçoit en 1958.
Cependant, son intérêt pour ces objets qui correspondent pour lui « aux époques les plus fertiles en invention » n’a guère été étudié. Dès lors, la Rencontre a pour objet de documenter la découverte par Le Corbusier de l’art non européen pendant ses années de formation ; la place des arts primitifs dans ses publications ; ses contacts avec des galeristes (Paul Guillaume et Louis Carré) et des ethnologues (Paul Rivet et Georges-Henri Rivière) ; l’exposition « Les arts dits primitifs dans la maison d’aujourd’hui » de 1935 et la section des arts du Salon de La France d’outre-mer en 1940. Elle entend croiser les regards des historiens de l’art spécialistes des arts primitifs, des chercheurs en anthropologie et des spécialistes de Le Corbusier.

Le Corbusier dans son appartement de la rue Jacob, 1927 © Brassaï-RMN

 Jeudi 18 janvier  
Musée du quai Branly − Jacques Chirac 
16h Visite de l’exposition « Génération Rivet. Ethnologues, missions et collections dans les années 1930 », atelier Martine Aublet, avec Christine Laurière, anthropologue, chercheur au CNRS, etCarine Peltier-Caroff, responsable de l’iconothèque, commissaires de l’exposition, musée du quai Branly – Jacques Chirac. 

17h 
Présentation des objets du Dahomey dessinés par Le Corbusier, plateau des collections, parGaëlle Beaujean, responsable de collections, Unité patrimoniale Afrique, musée du quai Branly – Jacques Chirac 

18h-19h30 Salon Jacques Kerchache 
Accueil : Muriel Lardeau, responsable du salon de lecture Jacques Kerchache, musée du quai Branly – Jacques Chirac 
Propos liminaires : Antoine Picon, historien de l’architecture, professeur à Harvard, Graduate School of Design, président de la Fondation Le Corbusier 
Conférence inaugurale : Philippe Dagen, historien de l’art, professeur, Université de Paris 1 Panthéon-Sorbonne 

19h30 Café Branly 
Cocktail à l’occasion de l’inauguration de l’accrochage consacré à « Le Corbusier et les arts primitifs » dans la vitrine du salon de lecture Jacques Kerchache et de l’ouverture du colloque. 
 Vendredi 19 janvier  
Musée du quai Branly − Jacques Chirac, salle de cinéma 

(Entrée libre dans la limite des places disponibles) 
9h30-10h Introduction : Frédéric Keck, anthropologue, directeur du département de la recherche et de l’enseignement, musée du quai Branly − Jacques Chirac, et Christine Mengin, historienne de l’art, Université Paris 1 Panthéon Sorbonne, secrétaire générale de la Fondation Le Corbusier

10h-10h30
Marie-Jeanne Dumont, historienne de l’art, École nationale supérieure d’architecture de Paris-Belleville : Les arts primitifs dans la formation de Charles-Édouard Jeanneret 

10h30-11h
Maureen Murphy
, maître de conférences en histoire de l'art contemporain, Université Paris 1 Panthéon Sorbonne/IUF : Le musée d'Ethnographie du Trocadéro dans l’œil des artistes 

11h-11h30 : Pause-café
11h30–12h Marie-Laure Crosnier Leconte, conservateur du patrimoine honoraire : Un projet de galerie pour Paul Guillaume 

12h-12h30 
Laurent Lecomte, historien de l'art, Université Paris IV Sorbonne : « Mon Cher Carré, votre exposition est admirable, admirable ! » − Louis Carré, Le Corbusier et les "arts dits primitifs"

12h30 
Questions et débat avec le public 

13h-14h30 : déjeuner libre 

14h30-15h 
Guillemette Morel Journel, architecte, historienne de l'art, École nationale supérieure d’architecture de Paris Malaquais : Vers un « honnête musée ethnographique » : une proposition de Le Corbusier 

15h-15h30 Catherine de Smet, historienne de l’art, Université Paris 8 : Grand Palais 1940 : Le Corbusier expose l’art de la France d’outre-mer 

15h30-16h 
Carlotta Darò, historienne de l’art, École nationale supérieure d’architecture de Paris-Malaquais :Une vision technologique de la synthèse des arts : Philips et la genèse du Poème électronique 

16h-16h15 
Projection du Poème électronique de Le Corbusier
 16h15-16h45 Pause-café 

16h45-17h15 Rémi Baudouï, professeur de science politique et relations internationales, Université de Genève :Le Corbusier et la pensée sauvage. Altérité, mimétisme et totémisme au cœur de l’expérience plastique, des années 1930 aux années 1950 

17h15-18h30 
Table ronde conclusive  Céline Trautmann-Waller, professeur en études germaniques, Université Sorbonne Nouvelle – Paris 3/IUF ; Pierre Singaravélou, historien, Université Paris 1 Panthéon-Sorbonne/IUF; Claude Malécot, historienne de l’art; Françoise Véry, architecte, Ecole nationale supérieure d’architecture de Grenoble; Stanislas von Moos, historien de l’art, Université de Zurich, André Delpuech, archéologue, directeur du Musée de l’Homme. 

Coordinatrice : Anna Laban, responsable de la coordination des manifestations scientifiques, musée du quai Branly – Jacques Chirac.
 Samedi 20 janvier  
Fondation Le Corbusier 
24 rue Nungesser-et-Coli, 75016 10h30 
Visite de l’appartement-atelier de Le Corbusieret évocation de l’exposition « Les arts dits primitifs dans la maison d’aujourd’hui », organisée par Le Corbusier et Louis Carré en juillet 1935. 

Visite réservée aux participants au colloque 
Inscription obligatoire à l’adresse : 
info@fondationlecorbusier.fr

Exposition "Les arts dits primitifs dans la maison d'aujourd'hui" 24 rue Nungesser et Coli, 1935 - Photographe Albin Salaün - FLC L2(8)84 

Musée du quai Branly – Jacques Chirac
37, quai Branly, 75007, Paris
Tél : 01 56 61 70 00 
contact@quaibranly.fr 
Coordination :
 anna.laban@quaibranly.fr 
Information :
Fondation Le Corbusier
Tél : 01 42 88 41 53 
info@fondationlecorbusier.fr   www.fondationlecorbusier.fr
Comité d’organisation : 
Frédéric Keck, Anna Laban, musée du quai Branly – Jacques Chirac, Christine Mengin, Michel Richard, Fondation Le Corbusier. 

venerdì 1 dicembre 2017

venerdì 24 novembre 2017

Antonin Raymond, Chiesa del seminario della Nanzan University, Nagoya

Fig.1
A metà fra la preistoria e la famosa cappella di Ronchamp, questa chiesetta universitaria progettata dall'architetto ceco Antonin Raymond in Giappone è un guscio di cemento contenitore di meraviglie.

giovedì 23 novembre 2017

Carene



carèna s. f. [lat. carīna, attrav. il genovese]. – 1. a. Parte immersa dello scafo di una nave, detta anche opera viva; si distingue in: c. ordinaria, se nel moto non cambia sensibilmente di immersione; c. slittante, se invece nel moto si alza sull’acqua, scivolando su di essa (impiegata solo per unità velocissime di piccolo dislocamento); c. sottomarina, quando è destinata a navigare completamente immersa. Per la locuz. abbattere in c. (o in chiglia), v. abbattere, n. 3 b. b. In aeronautica e in marina, c. idroplana, carena opportunamente sagomata atta alla sostentazione idroplana. c. Per metonimia, poet., nave: I lor prodi mandâr sotto il comando Del chiaro figlio d’Evemone Euripilo Da quaranta c. accompagnato (V. Monti). 2. Superficie esterna del dirigibile. 3. Nelle scienze naturali, nome di formazioni, organi o rilievi di organi (che perciò si dicono carenati), a forma di chiglia di nave; per es., in anatomia umana, c. del naso, piccola regione triangolare sporgente della parete laterale delle fosse nasali; negli uccelli carenati, c. dello sterno (lat. scient. crista sterni), robusta cresta ossea longitudinale, sulla quale s’inseriscono i muscoli delle ali (muscoli pettorali); in alcune specie di pesci (per es. nel tonno, nell’aguglia imperiale), nome di formazioni rilevate simili a piccole alette che, in numero pari (di solito 2 o 4), sono poste in posizione basale e consentono all’animale una maggiore velocità; nei cirripedi, nome d’una piastra impari del rivestimento esterno del corpo. In botanica, il complesso dei due petali inferiori della corolla papiglionacea delle fabacee. 4. In architettura, soffitto a c., il soffitto ligneo in forma di chiglia di nave rovesciata, spec. usato nelle antiche chiese del Veneto; arco a c., lo stesso che arco carenato o inflesso (v. arco, n. 4). 5. In astronomia, Carena (lat. scient. Carina), nome di una delle costellazioni in cui è stata suddivisa (insieme con la Vela, la Poppa e la Bussola) la grande costellazione australe della Nave. Ne fa parte la stella Canopo, la più brillante del cielo dopo Sirio.

(dizionario Treccani)

domenica 12 novembre 2017

Camminare in architetture mai costruite


A walkthrough of the unbuilt Italian Pavillon at Expo Osaka 1970, designed by italian architect Maurizio Sacripanti.
The project is featured with a complex system of swinging wheels, set in motion by the visitors, and intended to create a "living space" by dinamically changing the form of plastic sheets connected to the wheels.
What you see is a demonstration of how real time rendering can be used in arch viz to convey non-trivial architectural values.
Made with Unreal Engine 4.

Estratto dalla tesi di laurea in Architettura:
Mattia Sgrignuoli, Padiglione Italia Expo Osaka 1970 - Maurizio Sacripanti: Rappresentazioni visuali interattive, 2017, Sapienza Università di Roma

venerdì 10 novembre 2017

Il paesaggio urbano


Visioni seriali
Camminare da un capo all'altro di una città, ad andatura uniforme, fornisce una sequenza di rivelazioni che sono proposte nei disegni seriali che vanno letti da sinistra a destra. A ciascuna freccia sulla planimetria corrisponde un disegno.
Il procedere uniforme del percorso è illuminato da una serie di contrasti improvvisi; così si crea un impatto visuale che rivitalizza il piano (come urtare un uomo che sta addormentandosi in chiesa). I miei disegni non hanno relazione col luogo stesso; li ho scelti perché sembrava un piano evocativo.
Notate come anche le più leggere deviazioni nell'allineamento e e le variazioni anche più piccole in proiezioni o arretramento hanno un effetto tridimensionale di una potenza assolutamente notevole.

Gordon Cullen, Il paesaggio urbano - morfologia e progettazione

sabato 4 novembre 2017

Forma Urbis: la comunidad "Las Margaritas" a Santa Tecla, El Salvador


LE COMUNITÀ MARGINALI
San Salvador e Santa Tecla, nello stato centroamericano di El Salvador, presentano parti di tessuto insediativo spontanee, costituite da case povere, in lamiera, adobe o blocchi di calcestruzzo. Questi insediamenti vengono chiamati “comunidades”, e sono luoghi in cui il governo comunale permette la costruzione di abitazioni, senza fornire però servizi di urbanizzazione primaria e secondaria.


CAUSE
El Salvador è un piccolo paese, di cui solo il 35% della popolazione vive in aree rurali. Non è sempre stato così: le piantagioni di caffè e di añil occupavano gran parte della popolazione, fino agli anni ’50. A partire da quella decade, un fenomeno di inurbamento sempre maggiore si è manifestato nell’area metropolitana della capitale.
Le cause sono, in generale, legate alla ricerca di migliori condizioni di vita; scendendo nel particolare, possono essere grandi opere che richiamano operai e manovali, epidemie o violenze subite nelle aree rurali, motivi di studio o di lavoro, riunificazioni familiari.

Queste masse di persone trasferite venivano in origine alloggiate in dormitori pubblici, detti “portales”. Quando l’affollamento diventava insostenibile, il comune destinava un terreno ai migranti, in cui poter costruire una casa, senza nessun controllo nè aiuto.


SVILUPPO
COSTRUZIONE
Nel terreno su cui il comune “chiude un occhio”, le famiglie sfrattate dai dormitori costruiscono in modo autonomo le proprie abitazioni, utilizzando materiali accessibili alle proprie risorse.
DIRITTO DI PROPRIETÀ
In assenza di controlli, nessun abitante della comunità inizialmente possiede documenti che attestino la proprietà della propria casa. Recenti provvedimenti del municipio di Santa Tecla hanno fornito a parte delle famiglie un atto di proprietà “di fatto”.
GHETTIZZAZIONE
Tutte le comunità marginali, una volta espanse e venute a contatto con la città “formale” sono state recintate e separate da essa, rendendo ancora più grande la distanza fra i suoi abitanti e gli altri cittadini.
CRIMINALITÀ
I membri delle “maras” rimpatriati dagli Stati Uniti si sono impossessati di gran parte delle comunità, rendendole le zone più pericolose della città.
RECUPERO

Grazie al Piano Regolatore, all’impegno di alcuni municipi e alla solidarietà internazionale, alcune comunità, come quella chiamata “Las Palmas” sono state rinnovate, fornendo servizi e nuove abitazioni.

IL CASO DE "LAS MARGARITAS"
Osservando la parte settentrionale di Santa Tecla, si notano, nel normale tessuto a maglia rettangolare, due strette strade perpendicolari, fittamente riempite di case dal tetto in lamiera. Si tratta di una comunità marginale, chiamata “Las Margaritas”.


L’incrocio tra la 13a Calle e la 7a Avenida si presenta normale. Essendo al limite dei sobborghi settentrionali, ancora non presenta una densità elevata: la città si mescola con le coltivazioni di caffè.



Il governo mette a disposizione di 384 famiglie il terreno delle strade ancora non urbanizzate per costruire le proprie case. Queste sfruttano lo spazio della sede stradale per costruire la propria comunità. Un muro divide la comunità dalla città “formale”.



La costruzione del Bulevar Monseñor Romero e dello svincolo di uscita porta alla demolizione di gran parte degli alloggi della comunità e alla sua separazione in due tratti. Vengono costruite altre mura di sicurezza sul lato della comunità confinante con la nuova strada.


Nuovi alloggi più dignitosi vengono forniti in risarcimento delle demolizioni. Un ponte pedonale ricongiunge le due parti della comunità, ma, di fatto, c’è una ghettizazione che comporta un proliferare della criminalità e della violenza.


In questa circostanza lavorano, specialmente intervenendo in aiuto all'infanzia, i volontari di FUNDIPRO, associazione di cooperazione salvadoregna, aiutata dalla controparte italiana I Sant'Innocenti (qui il sito web).

Estratto dalla tesi di laurea: 
Pietro Vecchi, Progettazione di un'"aula di aiuto scolastico e umano" a Santa Tecla, El Salvador, Sapienza, marzo 2017

giovedì 27 aprile 2017

Le cose che ti colpiscono, guardando distrattamente 2

Qui la prima parte 

Mentre cammini o guidi o sei su un treno, normalmente, non muovi la testa, e sono le cose che vedi a sfilarti davanti, non viceversa. Ma, certe volte, cose perlopiù normali ti bloccano. Giri la testa, si allontanano, e ci ragioni su. Ecco alcuni edifici che possono dare questa sensazione.



Roma, via Libia. 
Su questo blocco residenziale di 10 piani un gioco di luce può ingannare l'occhio e far sembrare che la facciata avanzi ed arretri in un moto serpentino; invece è il blocco delle scale che sfalsa i piani e crea il suddetto effetto, complice l'ombra allungata della sera. Molto bella la soluzione delle aperture e la facciata in generale.





Meletole (RE).
(Foto di bassa qualità, presa da Google Maps): l'edificio bianco è il teatrino parrocchiale di questo paesino della bassa reggiana. Colpisce per le proporzioni, per la condensazione in piccolo di tutti gli attributi tipici di un teatro o di un cinema, compresa la cabina di proiezione che sporge sulla porta d'ingresso.




Corps (Isère, Francia).
Una casa di questo borgo alpino è particolarmente bella; non c'è forma che sia "a priori", ma tutto è plasmato a misura di ogni necessità. Così le finestre sono tutte diverse e a diverse altezze; la facciata ed il camino si uniscono in una bellissima forma ed ogni decorazione superflua è eliminata.

Campionare i fumetti: Samplerman comics by Yvang

"Yvan Guillo, aka Yvang, è un fumettista francese nato nel 1971. Ha cominciato pubblicando fumetti in varie fanzine fin dai primi anni ...