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mercoledì 6 luglio 2016

Tonalestate 2016 new topic: "Un mundo sin mañana" - L'héritage"

«J’ai bien tiré sur Dolokhov parce que je me croyais offensé par lui. Et Louis XVI, ne l’a-t-on pas exécuté parce qu’on le considérait comme un criminel ? Un an plus tard, on a guillotiné ceux qui l’avaient fait périr ; sans doute avait-on également des raisons pour cela. Qu’est-ce qui est mal, qu’est-ce qui est bien ? Que faut-il aimer, que faut-il haïr ? Pourquoi faut-il vivre, qu’est-ce que le moi ? »  c’est ainsi que le très noble et maladroit Pierre s’interroge dans le roman Guerre et Paix, un chef d’œuvre, comme La Recherche du temps perdu, dont nous, les hommes, ne saurions être dignes si Tolstoï et Proust, ces deux génies peut-être très peu lus,  ne nous en avaient rendus dignes.

Ces interrogations sont aussi celles qui se trouvent gravées dans l’âme des deux fiers paysans américains peints par Grant Wood en 1930, exemplaires de la force de persévérance et de la volonté de fondation propres aux pionniers et propres à quiconque ne se laisse leurrer ni par la bêtise, ni par l’inertie.

Ce sont également les interrogations contenues dans le thème ‒ l’héritage- que Tonalestate nous propose pour 2016 : que pouvons-nous laisser en héritage à nos enfants (et à leur tour,  que pourront-ils transmettre à leurs enfants ?) si nous ne savons pas qui nous sommes et si nous ne savons pas de quelle nature est la graine qu’aujourd’hui, avec prudence ou avec légèreté,  avec haine ou avec amour, nous sommes en train de semer, par notre vie même et par nos choix quotidiens ? Quel futur préparent pour nous ceux qui nous gouvernent et dont le visage nous est inconnu ? De même, à quel futur pensent leurs opposants lorsqu’ils les contestent, en utilisant les armes ou en diffusant des idées ? En 1974, Ali Primera, un révolutionnaire vénézuélien, chantait Un mundo sin mañana [Un monde sans lendemain] : des mots sans aucun doute très choquants, qui aujourd’hui, après plus de quarante ans, nous réveillent de notre mécontentement inquiet et inefficace.

Personne ne parvient  vraiment à penser à un monde sans lendemain et pourtant tout nous porterait à y croire. Les guerres, lointaines ou voisines, la faim, la misère, la pauvreté, l’esclavage, l’exploitation, les injustices, les brimades, les abus,  les affaires et les mauvais gouvernements : tout cela nous étonne malgré une répétitivité ancienne, rythmique, presque banale, cruelle. Impuissants face à tant de  morts injustes, voici notre futur : seules quelques maisons/ de briques anciennes, écarlates/ et, rares, les chevelures/ des tamaris plus pâles/ d’heure en heure : souffreteuses créatures/ perdues dans l’effroi des visions.

Mais est-ce vraiment tout ? Dans sa saga sur la douleur, Ungaretti implore, d’une voix légère et délicate comme une dentelle de Bruges, la résurrection de l’ange du pauvre entre ces briques anciennes et l’horreur de ces visions. Qui est donc cet ange du pauvre ? Est-ce moi ? Est-ce toi ? Est-ce nous ? Qui peut transmuer en un cœur vibrant la pierre ardente sur laquelle nous marchons et sur laquelle opèrent les esprits obscurcis de ceux qui nous gouvernent ? Qui peut faire sortir d’eux et de nous la gentillesse qui survit dans l’âme ?

Avec ses invités, en présence de jeunes et d’adultes unis par une amitié visant à faire exister cette gentillesse, Tonalestate nous permettra, comme chaque année, de rencontrer plusieurs de ces anges du pauvre, tout en nous faisant réfléchir profondément sur ces questions initiales que chaque homme devrait poser et devrait se poser non pas à l’âge de cent ans, mais au premier lever de ce sourire de l’aube que nous appelons l’adolescence.

Le sujet de 2016 est donc inquiétant et généreux, important et vital. Tandis que nous y réfléchissons et nous y préparons, Tonalestate, par sa vocation internationale, nous invite tous à « feel the burn ».

Tonalestate 2016 new topic: "Un mundo sin mañana" - L'eredità

“E io ho sparato su Dolochov perché mi sono ritenuto offeso; e Luigi XVI è stato giustiziato perché lo avevano ritenuto un criminale, mentre, un anno dopo, sono stati condotti a morte quelli che lo avevano giustiziato, anch’essi per un motivo o per l’altro. Che cosa è male? Che cosa è bene? Che cosa bisogna amare, che cosa odiare? Per che cosa bisogna vivere e che cosa sono io?”: così il nobilissimo e goffo Pierre s’interroga in Guerra e Pace, un capolavoro, come La recherche, di cui noi uomini  non saremmo probabilmente degni, se non ce ne avessero appunto resi degni Tolstoj e Proust, due umilissime genialità assai note e forse troppo poco lette.

Queste sono anche le domande scritte nell’anima dei due fieri contadini americani, segno della forza di perseveranza e di volontà di fondazione propria dei pionieri – e propria di chiunque non si lasci illudere dalla stupidità o dall’inerzia – dipinti da Grant Wood nel 1930. E sono le domande scritte dentro il tema – l’eredità – che il Tonalestate ci propone per la sua edizione del 2016: che cosa possiamo lasciare in eredità ai nostri figli (e, a loro volta, questi, che cosa trasmetteranno ai loro figli), se non sappiamo chi siamo e non sappiamo di che natura è il seme che oggi, con prudenza o leggerezza, con odio o con amore, piantiamo con la nostra vita e le nostre scelte di tutti i giorni? Quale futuro ci preparano coloro che ci governano e dei quali ci è in realtà sconosciuto il volto? E quale futuro hanno in mente quelli che a loro si oppongono con le armi o con le idee?

Un mundo sin mañana (un mondo senza domani) cantava, nel 1974, un rivoluzionario venezuelano, Alí Primera: parole indubbiamente scioccanti le sue, che ci svegliano, oggi, dopo oltre quarant’anni, dal nostro inquieto e inefficace scontento. Nessuno riesce davvero a pensare a un mondo senza domani, eppure tutto porterebbe a farcelo credere. Le guerre, lontane o vicine, la fame, la miseria, la povertà, la schiavitù, lo sfruttamento, le ingiustizie, le angherie, gli abusi, gli affari e i malgoverni: tutto questo ci sorprende, pur nella sua antica, ritmica, quasi banale e crudele ripetitività. Resi impotenti di fronte a tante ingiuste morti, eccolo il futuro: poche case/di annosi mattoni, scarlatte,/e scarse capellature di tamerici pallide/più d’ora in ora; stente creature/perdute in un orrore di visioni.

Ma è proprio soltanto così? Con leggerissima delicata voce, simile a un merletto di Bruges, Ungaretti, nella sua saga sul dolore, domanda il risorgere, fra quegli annosi mattoni e quell’orrore di visioni, dell’angelo del povero. Chi è mai questo angelo del povero? Forse sei tu? Forse sono io? Forse siamo noi? Chi può tramutare in un cuore che vibra la nostra focosa pietra sulla quale camminano e operano  le oscurate menti di chi ci governa? Chi può tirar fuori, in noi e in loro, la gentilezza superstite dell’anima?

Il Tonalestate, come ogni anno, con i suoi invitati e alla presenza di giovani e adulti uniti da  un’amicizia che desidera essere ed è parte di questa gentilezza, ci farà incontrare più d’uno di questi angeli del povero, oltre a farci riflettere a fondo su quelle iniziali domande che ogni uomo dovrebbe porre e dovrebbe porsi, non certo a cent’anni, ma al primo sorgere di quel sorriso dell’alba che chiamiamo adolescenza.

Un tema, dunque, quello del 2016, inquietante e generoso, importante e vitale e, mentre vi riflettiamo e a esso ci prepariamo, il Tonalestate, nella sua internazionalità, invita tutti a “feel the burn”.

lunedì 5 ottobre 2015

Il pericolo delle idee (Edgar Morin & Tariq Ramadan)

Tariq Ramadan: (…) La chiave è l’educazione, l’istruzione: è a scuola che si impara la storia della nazione, la storia comune ce in inglese viene chiamata the narrative. È a scuola che si dà corpo all’identificazione e che si nutre il sentimento di appartenenza. L’inclusione, l’apertura, ciò che ho chiamato negli anni Ottanta l’”integrazione delle intimità” è innanzitutto scolastica. È là che comincia l’esclusione che è anche un’esclusione dalla memoria comune.

Claude-Henry du Bord: Quale mediazione si può trovare o adottare se, da un lato, le istituzioni falliscono e, dall’altro l’educazione non riesce a stabile una nuova modalità di trasmissione?

domenica 20 luglio 2014

Che cos'è Tonalestate?


Che cos’è Tonalestate? Porta il nome di una località, perché richiama il radunarsi, in quei luoghi, di una Compagnia di uomini di ogni provenienza, religione, condizione sociale e culturale, uniti dal desiderio, ma direi quasi dall’urgenza umana, di uscire dal proprio individualismo, sia esso accomodato o sofferto e indifferente.

martedì 24 luglio 2012

El Don Quijote de Zaragoza



Preferencias

No el poder, sino la humildad.

No la diversión, sino la conversión.

No el camino fácil, sino la vía estrecha.

No la tristeza, sino la alegría.

No la burla, sino el humor.

No el moralismo, sino la moral.

No la violencia, sino la mansedumbre.

No el cuerpo o el espíritu, sino el cuerpo y el espíritu.

No la voluntad o la gracia, sino la voluntad y la gracia.

No el racionalismo, sino el misterio.

No la mediocridad, sino la santidad.

No la introspección, sino la contemplación.

No la riqueza, sino la pobreza.

No juzgar, sino comprender.

No el purismo, sino la inocencia.

No el rencor, sino el perdón.

No las tinieblas, sino la luz.

No el pesimismo, sino la oscuridad.

No el día o la noche, sino el día y la noche.

No el dogmatismo, sino el dogma.

No la uniformidad, sino la diversidad.

No la guerra, sino la paz.

No el «mal menor», sino el «bien de todos».

No la interpretación, sino la Palabra.

No la retaguardia, sino la avanzada.

No la «prudencia», sino la caridad.

No el abuso de bienes, sino el uso de bienes.

No la agitación, sino el silencio.

No la asunción ciega, sino la obediencia
consciente.

No la feria, sino el desierto.

No la picardía, sino la simplicidad.

No enfrentar, sino confrontar.

No el fanatismo, sino la fe.

No la seguridad, sino el riesgo.

No el tigre, sino la paloma.

No la opresión, sino la libertad.

No el dictado, sino la iniciativa.

No el Hombre, sino el hombre.

No dios, sino Dios.

No la letra, sino el espíritu.

No la fugacidad, sino el signo.

No el primer lugar, sino el último.

No la sentencia, sino la misericordia.

No el tratado, sino la poesía.

No las cosas, sino la cifra de las cosas.

No el bullicio, sino la soledad.

No la soledad o la solidaridad, sino la solidaridad en la soledad.

No el egocentrismo, sino el humanismo.

No la protesta, sino la aceptación.

No el coche, sino la cruz,

No la instauración, sino la persecución.

No la Institución o el Espíritu, sino la Institución con su Espíritu.

No la Iglesia instalada, sino la Iglesia perseguida.

No el absurdo, sino el misterio.

No la separación, sino la comunicación.

No mi voluntad, sino la voluntad del Padre.

No el refinamiento, sino el pan.

No el odio o la contemplación de uno mismo, sino el olvido de sí mismo.

No el «nirvana», sino la contemplación.

No la acción o la contemplación, sino la acción y la contemplación.

No yo, sino el Cuerpo Místico.

No la autosuficiencia, sino la colaboración.

No el acomodo en la verdad, sino la búsqueda de la Verdad.

No el oro, sino la piedra.

No el desarraigo, sino el enraizamiento.

No el desprecio o el odio, sino el amor.

No la desesperación, sino la esperanza.

No el egoísmo, sino la dedicación.

No la cerrazón, sino la apertura.

No la fuerza del rico, sino la debilidad del pobre.

No la evasión, sino la participación.

No el individualismo, sino la comunión.

No el fin o los medios, sino el fin y los medios.

No el mal, sino el bien.

No el Príncipe de este mundo, sino el Creador de este mundo.

No la casuística, sino la parábola.

No el desprecio, sino la compasión.

No la magia, sino el sacerdocio.

No «mi Iglesia», sino la Iglesia.

No la huida, sino la presencia.

No el esquema, sino la realidad.

No la desconfianza, sino la confianza.

No la disipación, sino el sufrimiento.

No la publicidad, sino el testimonio.

No el banco, sino el tajo.

No el molde, sino la levadura.

No el resorte, sino la mano en el arado.

Alfonso Comín

http://www.fdacomin.org/

http://es.wikipedia.org/wiki/Alfonso_Carlos_Com%C3%ADn

domenica 22 luglio 2012

El Don Quijote de Bogotà



EL PROGRAMA DEL CURA CAMILO.
Semanario "Marcha" de Montevideo, 4 de junio de 1965


"Un verdadero cristiano debe colaborar con todos aquellos revolucionarios
que se proponen cambiar las actuales estructuras sociales injustas y
opresoras.
Es ese cambio lo que caracteriza al mundo de hoy. Lo que ocurre en
Colombia es parte de eso. Y lo que determina es la presión de abajo, tanto
aquí como en Vietnam. Por eso la intervención norteamericana en Vietnam,
que es un verdadero crimen, no va a poder imponerse por más armas que
utilicen y por más gente que maten. Van a ser derrotados.
¿Y tú dices que los cristianos deben tomar una posición definida, como
tales, en esa lucha?
Claro, lo digo y lo repito. El cristiano, como tal, y si quiere serlo realmente y
no sólo de palabra, debe participar activamente en los cambios. La fe
pasiva no basta para acercarse a Dios: es imprescindible la caridad. Y la
caridad significa, concretamente, vivir el sentimiento de la fraternidad
humana. Ese sentimiento se manifiesta hoy en los movimientos revolucionarios
de los pueblos, en la necesidad de unir a los países débiles y
oprimidos para acabar con la explotación, y en todo eso, nuestra posición
está claramente de este lado, y no del lado de los opresores. Por eso a
veces, un poco en broma pero también bastante en serio, me pongo intransigente
y le digo a mi gente: el católico que no es revolucionario y no
está con los revolucionarios, está en pecado mortal."

lunedì 12 marzo 2012

domenica 5 febbraio 2012

G.Gaber - Io se fossi Dio (1980) .... profetico!





Io se fossi Dio
E io potrei anche esserlo
Se no non vedo chi.
Io se fossi Dio non mi farei fregare dai modi furbetti della gente
Non sarei mica un dilettante
Sarei sempre presente
Sarei davvero in ogni luogo a spiare
O meglio ancora a criticare, appunto
Cosa fa la gente.
Per esempio il cosiddetto uomo comune
Com'è noioso
Non commette mai peccati grossi
Non è mai intensamente peccaminoso.
Del resto poverino è troppo misero e meschino
E pur sapendo che Dio è il computer più perfetto
Lui pensa che l'errore piccolino
Non lo veda o non lo conti affatto.
Per questo io se fossi Dio
Preferirei il secolo passato
Se fossi Dio rimpiangerei il furore antico
Dove si amava, e poi si odiava
E si ammazzava il nemico.
Ma io non sono ancora nel regno dei cieli
Sono troppo invischiato nei vostri sfaceli. 
Io se fossi Dio
Non sarei mica stato a risparmiare
Avrei fatto un uomo migliore.
Si, vabbè, lo ammetto
non mi è venuto tanto bene
ed è per questo, per predicare il giusto
che io ogni tanto mando giù qualcuno
ma poi alla gente piace interpretare 
e fa ancora più casino.
Io se fossi Dio
Non avrei fatto gli errori di mio figlio
E specialmente sull'amore
Mi sarei spiegato un po' meglio.
Infatti voi uomini mortali per le cose banali
Per le cazzate tipo compassione e finti aiuti
Ci avete proprio una bontà 
Da vecchi un po' rincoglioniti.
Ma come siete buoni voi che il mondo lo abbracciate
E tutti che ostentate la vostra carità.
Per le foreste, per i delfini e i cani
Per le piantine e per i canarini
Un uomo oggi ha tanto amore di riserva
Che neanche se lo sogna
Che vien da dire
Ma poi coi suoi simili come fa ad essere così carogna.
Io se fossi Dio
Direi che la mia rabbia più bestiale
Che mi fa male e che mi porta alla pazzia
È il vostro finto impegno
È la vostra ipocrisia.
Ce l'ho che per salvare la faccia
Per darsi un tono da cittadini giusti e umani
Fanno passaggi pedonali e poi servizi strani
E tante altre attenzioni
Per handicappati sordomuti e nani.
E in queste grandi città 
Che scoppiano nel caos e nella merda
Fa molto effetto un pezzettino d'erba
E tanto spazio per tutti i figli degli dèi minori.
Cari assessori, cari furbastri subdoli altruisti
Che usate gli infelici con gran prosopopea 
Ma io so che dentro il vostro cuore li vorreste buttare 
Dalla rupe Tarpea.
Ma io non sono ancora nel regno dei cieli
Sono troppo invischiato nei vostri sfaceli. 
Io se fossi Dio maledirei per primi i giornalisti e specialmente tutti
Che certamente non sono brave persone
E dove cogli, cogli sempre bene.
Signori giornalisti, avete troppa sete
E non sapete approfittare della libertà che avete
Avete ancora la libertà di pensare, ma quello non lo fate
E in cambio pretendete 
La libertà di scrivere
E di fotografare.
Immagini geniali e interessanti
Di presidenti solidali e di mamme piangenti
E in questo mondo pieno di sgomento
Come siete coraggiosi, voi che vi buttate senza tremare un momento:
Cannibali, necrofili, deamicisiani, astuti
E si direbbe proprio compiaciuti
Voi vi buttate sul disastro umano 
Col gusto della lacrima
In primo piano.
Si, vabbè, lo ammetto
La scomparsa totale della stampa sarebbe forse una follia
Ma io se fossi Dio di fronte a tanta deficienza
Non avrei certo la superstizione 
Della democrazia.
Ma io non sono ancora nel regno dei cieli
Sono troppo invischiato nei vostri sfaceli. 
Io se fossi Dio
Naturalmente io chiuderei la bocca a tanta gente.
Nel regno dei cieli non vorrei ministri
Né gente di partito tra le palle
Perché la politica è schifosa e fa male alla pelle.
E tutti quelli che fanno questo gioco
Che poi è un gioco di forze ributtante e contagioso
Come la febbre e il tifo
E tutti quelli che fanno questo gioco
C' hanno certe facce
Che a vederle fanno schifo.
Io se fossi Dio dall'alto del mio trono
Direi che la politica è un mestiere osceno
E vorrei dire, mi pare a Platone
Che il politico è sempre meno filosofo
E sempre più coglione.

È un uomo a tutto tondo 
Che senza mai guardarci dentro scivola sul mondo
Che scivola sulle parole
E poi se le rigira come lui vuole.
Signori dei partiti
O altri gregari imparentati
Non ho nessuna voglia di parlarvi
Con toni risentiti.
Ormai le indignazioni son cose da tromboni
Da guitti un po' stonati.
Quello che dite e fate
Quello che veramente siete
Non merita commenti, non se ne può parlare
Non riesce più nemmeno a farmi incazzare.
Sarebbe come fare inutili duelli con gli imbecilli
Sarebbe come scendere ai vostri livelli
Un gioco così basso, così atroce
Per cui il silenzio sarebbe la risposta più efficace.
Ma io sono un Dio emotivo, un Dio imperfetto
E mi dispiace ma non son proprio capace
Di tacere del tutto.
Ci son delle cose
Così tremende, luride e schifose
Che non è affatto strano
Che anche un Dio
Si lasci prendere la mano.
Io se fossi Dio preferirei essere truffato
E derubato, e poi deriso e poi sodomizzato
Preferirei la più tragica disgrazia
Piuttosto che cadere nelle mani della giustizia.
Signori magistrati
Un tempo così schivi e riservati
Ed ora con la smania di essere popolari
Come cantanti come calciatori.
Vi vedo così audaci che siete anche capaci
Di metter persino la mamma in galera 
Per la vostra carriera.
Io se fossi Dio
Direi che è anche abbastanza normale
Che la giustizia si amministri male
Ma non si tratta solo
Di corruzioni vecchie e nuove
È proprio un elefante che non si muove
Che giustamente nasce
Sotto un segno zodiacale un po' pesante
E la bilancia non l'ha neanche come ascendente.
Io se fossi Dio
Direi che la giustizia è una macchina infernale
È la follia, la perversione più totale
A meno che non si tratti di poveri ma brutti
Allora si che la giustizia è proprio uguale per tutti.
[.]
Io se fossi Dio
Io direi come si fa a non essere incazzati
Che in ospedale si fa morir la gente
Accatastata tra gli sputi.
E intanto nel palazzo comunale 
C'è una bella mostra sui costumi dei sanniti
In modo tale che in questa messa in scena
Tutto si addolcisca, tutto si confonda
In modo tale che se io fossi Dio direi che il sociale
È una schifosa facciata immonda.
Ma io non sono ancora nel regno dei cieli
Sono troppo invischiato nei vostri sfaceli. 
[.]
Io se fossi Dio
Vedrei dall'alto come una macchia nera
Una specie di paura che forse è peggio della guerra
Sono i soprusi, le estorsioni i rapimenti
È la camorra.
È l'impero degli invisibili avvoltoi
Dei pescecani che non si sazian mai
Sempre presenti, sempre più potenti, sempre più schifosi
È l'impero dei mafiosi.
Io se fossi Dio
Io griderei che in questo momento 
Son proprio loro il nostro sgomento.
Uomini seri e rispettati
Cos'ì normali e al tempo stesso spudorati
Così sicuri dentro i loro imperi
Una carezza ai figli, una carezza al cane
Che se non guardi bene ti sembrano persone
Persone buone che quotidianamente
Ammazzano la gente con una tal freddezza 
Che Hitler al confronto mi fa tenerezza.
Io se fossi Dio
Urlerei che questi terribili bubboni
Ormai son dentro le nostre istituzioni 
E anzi, il marciume che ho citato
È maturato tra i consiglieri, i magistrati, i ministeri
Alla Camera e allo Senato.
Io se fossi Dio
Direi che siamo complici oppure deficienti
Che questi delinquenti, queste ignobili carogne
Non nascondono neanche le loro vergogne
E sono tutti i giorni sui nostri teleschermi
E mostrano sorridenti le maschere di cera
E sembrano tutti contro la sporca macchia nera.
Non ce n'è neanche uno che non ci sia invischiato
Perché la macchia nera
È lo Stato.

E allora io se fossi Dio
Direi che ci son tutte le premesse
Per anticipare il giorno dell'Apocalisse.
Con una deliziosa indifferenza
E la mia solita distanza
Vorrei vedere il mondo e tutta la sua gente
Sprofondare lentamente nel niente.
Forse io come Dio, come Creatore
Queste cose non le dovrei nemmeno dire
Io come Padreterno non mi dovrei occupare
Né di violenza né di orrori né di guerra
Né di tutta l'idiozia di questa Terra
E cose simili.
Peccato che anche Dio
Ha il proprio inferno
Che è questo amore eterno
Per gli uomini.

sabato 31 dicembre 2011

DIALOGO DI UN VENDITORE DI ALMANACCHI E DI UN PASSEGGERE

Da Thegreateachers, Buon anno a tutti

di Giacomo Leopardi (Operette Morali)

Venditore. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi?
Passeggere. Almanacchi per l'anno nuovo?
Venditore. Si signore.
Passeggere. Credete che sarà felice quest'anno nuovo?
Venditore. Oh illustrissimo si, certo.
Passeggere. Come quest'anno passato?
Venditore. Più più assai.
Passeggere. Come quello di là?
Venditore. Più più, illustrissimo.
Passeggere. Ma come qual altro? Non vi piacerebb'egli che l'anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi?
Venditore. Signor no, non mi piacerebbe.
Passeggere. Quanti anni nuovi sono passati da che voi vendete almanacchi?
Venditore. Saranno vent'anni, illustrissimo.
Passeggere. A quale di cotesti vent'anni vorreste che somigliasse l'anno venturo?
Venditore. Io? non saprei.
Passeggere. Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice?
Venditore. No in verità, illustrissimo.
Passeggere. E pure la vita è una cosa bella. Non è vero?
Venditore. Cotesto si sa.
Passeggere. Non tornereste voi a vivere cotesti vent'anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste?
Venditore. Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.
Passeggere. Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta né più né meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati?
Venditore. Cotesto non vorrei.
Passeggere. Oh che altra vita vorreste rifare? la vita ch'ho fatta io, o quella del principe, o di chi altro? O non credete che io, e che il principe, e che chiunque altro, risponderebbe come voi per l'appunto; e che avendo a rifare la stessa vita che avesse fatta, nessuno vorrebbe tornare indietro?
Venditore. Lo credo cotesto.
Passeggere. Né anche voi tornereste indietro con questo patto, non potendo in altro modo?
Venditore. Signor no davvero, non tornerei.
Passeggere. Oh che vita vorreste voi dunque?
Venditore. Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz'altri patti.
Passeggere. Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell'anno nuovo?
Venditore. Appunto.
Passeggere. Così vorrei ancor io se avessi a rivivere, e così tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a tutto quest'anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno è d'opinione che sia stato più o di più peso il male che gli e toccato, che il bene; se a patto di riavere la vita di prima, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch'è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll'anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?
Venditore. Speriamo.
Passeggere. Dunque mostratemi l'almanacco più bello che avete.
Venditore. Ecco, illustrissimo. Cotesto vale trenta soldi.
Passeggere. Ecco trenta soldi.
Venditore. Grazie, illustrissimo: a rivederla. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi.

giovedì 29 dicembre 2011

the DaSeyn journal!

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Numero 1 de nuestra publicación...
para colaborar: daseyn200@gmail.com

Il primo numero della nostra pubblicazione mensile.
Per collaborare: daseyn200@gmail.com

the Daseyn journal #1. Collaborate with us:
daseyn200@gmail.com

La première édition de Daseyn journal. Rejoignez-nous: daseyn200@gmail.com

Die erste Ausgabe der Zeitschrift Daseyn. Begleiten Sie uns:daseyn200@gmail.com

martedì 13 dicembre 2011

Perchè vivi


Tu vivi.
un giorno sei nato.
Molte cose ancora
non le comprendi.
Vivi, ma perchè?
Con le tue mani
devi aiutare
a ordinare il mondo.
Con il tuo intelletto
devi cercare di distinguere
il bene dal male.
Con il tuo cuore
devi amare gli uomini
e aiutarli quanto puoi.
Sono tanti i compiti
che ti attendono,
che attendono le tue mani,
il tuo intelletto
il tuo cuore.

H. May

venerdì 28 ottobre 2011

IL MISTERO DI ANTONIO DE PETRO

Lo scopo di questo saggio è duplice: da una parte, far conoscere un autore italiano degli anni ’80 che firmava le sue opere con lo pseudonimo di Antonio De Petro e dall’altra cercare di vedere se è possibile, col materiale che abbiamo a disposizione, rispondere alla domanda: chi era veramente Antonio De Petro?
Sono passati quasi trent’anni dal “caso letterario De Petro” e sono varie le ragioni che mi hanno spinto a rispolverare questo strano ed enigmatico autore.
Prima ragione fra tutte: l’entusiasmo suscitato tra gli studenti che hanno letto l’opera di questo autore e il loro interesse per redigere tesi sul tema.
Ho sempre considerato che i piú autentici critici letterari sono i giovani, che hanno la freschezza dell’intuizione, la libertà di giudizio e soprattutto domandano alla letteratura quello che la letteratura può dare: cioè indicazioni per costruire i sogni del loro futuro.
Seconda ragione è che De Petro viene definito, dalla casa editrice che lo pubblicò, “una nuova provocazione per l’Europa letteraria” e in realtà, quando uno sfoglia una o due pagine di De Petro, si ritrova poi a leggerne tutti e cinque i romanzi, e anche se magari alla fine dice: “Non mi piace”, non riesce a dimenticarlo. Siamo quindi senza dubbio di fronte a uno scrittore affascinante, provocatorio, inusuale, a uno scrittore che vale la pena conoscere.
scarica il testo per esteso QUI

domenica 16 ottobre 2011

Ipse Dixit: Edgar Lee Master


Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita.
E adesso so che bisogna alzare le vele e prendere i venti del destino, ovunque spingano la barca.
Dare un senso alla vita può condurre a follia ma una vita senza senso è la tortura dell'inquietudine e del vano desiderio è una barca che anela al mare eppure lo teme.

Edgar Lee Master, “George Gray”.
(tratta dall'antologia di Spoon River)

sabato 1 ottobre 2011

Si la mentalidad común te prohíbe pensar

En esta condición nuestra, que yo llamo "poder" es un sistema o un conjunto de relaciones injustas y arbitrarias que viene difundido por los grandes medios de homologación y de estandarización, como son la publicidad y los instrumentos de comunicación globalizados; esto es transmitido, de modo ejemplar, en los discursos de la mentalidad común y vuelve cada vez, más opaca a la persona humana en su totalidad, ya que instrumentaliza cada una de sus necesidades. Este poder de hecho, no se acerca a nosotros como hombres completos, sino que se nos acerca ahora como productores, ahora como estudiantes, ahora como inquilinos, ahora como consumidores, ahora como hijos, ahora como necesitados de cariño, ahora como conjunto de derechos, ahora como sujeto de deberes, etcétera. En conclusión: poder es por lo tanto lo que pretende romper la unidad del hombre.
Tú necesitas alimento, ropa, casa, trabajo, formación, diversión, etcétera; fundamentalmente eres un ser lleno de necesidades. Por lo tanto, el poder se no acerca a ti en tu totalidad de hombre, si no que te despedaza y se dirige a ti ahora como productor, ahora como estudiante, ahora como inquilino, ahora como consumidor, ahora como religioso, etcétera; el poder tiende a romper siempre la unidad del yo, según el viejo refrán "divide et impera" (crea la división y dominarás). El hombre, por lo tanto, desaparece detrás de los roles que, poco a poco, le son asignados; y de esta manera, eres reducido al particular en el cual el poder está interesado; la grandeza de tu corazón es minimizada a aquella medida particular que le interesa al poder en aquel momento. Nunca deben de estar tranquilos acerca de esto: tengan cuidado en no dejarse definir por aquella mentalidad común que gobierna hasta el aire que respiramos y que domina el criterio de las relaciones entre los hombres.

Ryu Narukawa, Pequeña Antropología. pag. 13 -14

giovedì 29 settembre 2011

L'ALTRO; culture e religioni per Les Editions de l'Atelier


From thegreateachers

Una storica casa editrice francese, Les editions de l'Atelier, continua la collana dedicata al dialogo e alla conoscenza di religioni e culture diverse; questioni che oggi sono al cuore della questione sociale, (in Francia soprattutto, ma anche in Italia il problema sta diventando all'ordine del giorno) essendo le nostre realtà molto composite a livello culturale ed etnico. Purtoppo si vede sempre di più come oggi si stia sviluppando un discorso molto conservatore che sostiene che chi non é italiano, francese, inglese o tedesco di origini deve o conformarsi alle norme dettate dalla società di quel paese o andarsene. Questo discorso di appoggia sul una idea diffusa di fallimento della società multiculturale. I conservatori che qualche hanno fa sostenevano la pluralità culturale, oggi affermano che la coabitazione tra culture diverse é un’esperienza fallita.


I fatti della Norvegia hanno rivelato cio’ che succede in molte società europee che considerano lo straniero come una minaccia. E’ per questo che le Ediziotions de l’Atelier hanno iniziato una collana di libri per gli studenti dagli 11 ai 15 anni che introduca alla scoperta delle principali religioni. I ragazzi hanno, infatti, una conoscenza povera sia della loro religione che di quella del loro vicino, del loro compagno di banco. La collana si divide, seguendo le diverse classi, in una prima parte sulle feste religiose, una seconda sull’arte nelle diverse religioni, una terza sulle grandi domande della vita e un’ultima parte sul fondamento della vita. Lo scopo è permettere allo studente di relazionarsi con l’altro, capendone la ricchezza. Si tratta dunque di uno scopo non propriamente interreligioso, ma piuttosto di conoscenza dell’altro. Lo scopo é di conoscersi meglio per meglio vivere insieme. C’é un interesse reale per l’educazione alle religioni, un interesse per il legame tra la religione e la vita. Per pubblicare questi libri sono stati interpellati specialisti delle diverse tradizioni religiose, organizzati in équipes perché lavorassero insieme, si conoscessero e potessero cosi avere una visione induttiva dell’argomento. L'idea è quella di promuovere una società dove ci sia spazio per esperienze nuove, anche se non appartengono a una religione tradizionale.

La religione non é un sistema di valori determinato, ma la ricerca della verità della mia umanità. Per i cristiani é ispirata dal vangelo; ma si iscrive nella realtà, perché é una parola che riguarda l’oggi di una realtà che cambia. Notiamo sempre piu’ che pochi cristiani oggi vivono questo senso. In Francia, ad esempio, ma non solo, i cristiani sono molto conservatori, vivendo una religione che ha una risposta pronta per tutto, che risponde a domande ancora prima che esse vengano poste.

venerdì 16 settembre 2011

Per un Principio Superiore: educare è accompagnare

L'educatore e l'insegnante, pur venendo spesso pagati con tariffe inferiori a quelle degli altri lavoratori, sono gli unici che si presume possano essere autentici nel rapporto educativo che compete loro, impegnandovisi essi con l'umiltà, la pazienza e l'amore di donazione che rendono "vocazione" la loro professione.
L'insegnante è, anche involontariamente, educatore ed è, come per natura, un'autorità per il giovane, gli sia affidato anche soltanto per poche ore la settimana.
Perciò, egli non può disertare il compito che la parola "autorità" gli prospetta: essa deriva dal latino "augeo" e significa "aumentare", cioè "rendere più grande"; il che la assimila  alla parola "maestro", dal latino "magister", sostantivo che si compone con "magis", cioè "di più".
Educare è accompagnare: in questa compagnia educativa, autorità non è dunque chi impone, ma colui stando in compagnia del quale il giovane si sente diventare più grande, più adulto, più libero e più capace di cultura, cioè di una visione critica e sistematica della realtà.
G. R., Per la scuola, 1999
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venerdì 9 settembre 2011

Ipse Dixit: Lacordaire

Non cerco di convincere di errore il mio
avversario, ma di unirmi a lui in una verità
più alta.

mercoledì 31 agosto 2011

Ipse Dixit: Peguy

"Quando l’allievo non fa che ripetere non la stessa risonanza ma un miserabile ricalco del pensiero del maestro; quando l’allievo non è che un allievo, fosse pure il più grande degli allievi, non genererà mai nulla. Un allievo non comincia a creare che quando introduce egli stesso una risonanza nuova, cioè nella misura in cui non è un allievo. Non è che non si debba avere un maestro, ma bisogna discendere da un maestro per le vie naturali della figliazione, non per le vie scolastiche del discepolato".

Campionare i fumetti: Samplerman comics by Yvang

"Yvan Guillo, aka Yvang, è un fumettista francese nato nel 1971. Ha cominciato pubblicando fumetti in varie fanzine fin dai primi anni ...