Visualizzazione post con etichetta Forma Urbis. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Forma Urbis. Mostra tutti i post

martedì 12 dicembre 2017

Port Moresby (Papua Nuova Guinea) e Harare (Zimbabwe)

Secondo The Economist, nel 2012 queste erano le due capitali di stato meno vivibili al mondo, più o meno in parità con le più famose Dhaka, in Bangladesh, e Lagos in Nigeria (che non è capitale).


Port Moresby pare sia molto pericolosa per i livelli elevati di criminalità e di inquinamento. Spesso manca l'acqua ed in generale le condizioni igieniche sono pessime. E' abitata da mille etnie diverse (la Papua Nuova Guinea è il luogo con la più alta diversità etnica e linguistica al mondo); una di queste è l'etnia originaria, i Motu, i quali abitano in un villaggio inglobato dalla città. Deve il suo nome a un colonizzatore britannico.


Harare, analogamente, è stata fondata da colonizzatori britannici (a quanto pare le colonie britanniche non brillano per vivibilità, anche nei secoli più avanti), ma ha cambiato nome e fisionomia con il governo di Mugabe. Questi ha iniziato nel 2005 una campagna di demolizione delle baraccopoli, senza minimamente preoccuparsi delle conseguenze. Dalle immagini ha un aspetto moderno e da capitale abbastanza dignitoso. Certo, muoversi in automobile non è probabilmente la migliore idea.




mercoledì 29 novembre 2017

Idee per un presepe


Lavori eseguiti dall'artista australiano Joshua Smith in scala 1:20.
Materiali: compensato, cartone, plastica.
Spunti: Hong Kong, Sydney, Los Angeles

sabato 4 novembre 2017

Forma Urbis: la comunidad "Las Margaritas" a Santa Tecla, El Salvador


LE COMUNITÀ MARGINALI
San Salvador e Santa Tecla, nello stato centroamericano di El Salvador, presentano parti di tessuto insediativo spontanee, costituite da case povere, in lamiera, adobe o blocchi di calcestruzzo. Questi insediamenti vengono chiamati “comunidades”, e sono luoghi in cui il governo comunale permette la costruzione di abitazioni, senza fornire però servizi di urbanizzazione primaria e secondaria.


CAUSE
El Salvador è un piccolo paese, di cui solo il 35% della popolazione vive in aree rurali. Non è sempre stato così: le piantagioni di caffè e di añil occupavano gran parte della popolazione, fino agli anni ’50. A partire da quella decade, un fenomeno di inurbamento sempre maggiore si è manifestato nell’area metropolitana della capitale.
Le cause sono, in generale, legate alla ricerca di migliori condizioni di vita; scendendo nel particolare, possono essere grandi opere che richiamano operai e manovali, epidemie o violenze subite nelle aree rurali, motivi di studio o di lavoro, riunificazioni familiari.

Queste masse di persone trasferite venivano in origine alloggiate in dormitori pubblici, detti “portales”. Quando l’affollamento diventava insostenibile, il comune destinava un terreno ai migranti, in cui poter costruire una casa, senza nessun controllo nè aiuto.


SVILUPPO
COSTRUZIONE
Nel terreno su cui il comune “chiude un occhio”, le famiglie sfrattate dai dormitori costruiscono in modo autonomo le proprie abitazioni, utilizzando materiali accessibili alle proprie risorse.
DIRITTO DI PROPRIETÀ
In assenza di controlli, nessun abitante della comunità inizialmente possiede documenti che attestino la proprietà della propria casa. Recenti provvedimenti del municipio di Santa Tecla hanno fornito a parte delle famiglie un atto di proprietà “di fatto”.
GHETTIZZAZIONE
Tutte le comunità marginali, una volta espanse e venute a contatto con la città “formale” sono state recintate e separate da essa, rendendo ancora più grande la distanza fra i suoi abitanti e gli altri cittadini.
CRIMINALITÀ
I membri delle “maras” rimpatriati dagli Stati Uniti si sono impossessati di gran parte delle comunità, rendendole le zone più pericolose della città.
RECUPERO

Grazie al Piano Regolatore, all’impegno di alcuni municipi e alla solidarietà internazionale, alcune comunità, come quella chiamata “Las Palmas” sono state rinnovate, fornendo servizi e nuove abitazioni.

IL CASO DE "LAS MARGARITAS"
Osservando la parte settentrionale di Santa Tecla, si notano, nel normale tessuto a maglia rettangolare, due strette strade perpendicolari, fittamente riempite di case dal tetto in lamiera. Si tratta di una comunità marginale, chiamata “Las Margaritas”.


L’incrocio tra la 13a Calle e la 7a Avenida si presenta normale. Essendo al limite dei sobborghi settentrionali, ancora non presenta una densità elevata: la città si mescola con le coltivazioni di caffè.



Il governo mette a disposizione di 384 famiglie il terreno delle strade ancora non urbanizzate per costruire le proprie case. Queste sfruttano lo spazio della sede stradale per costruire la propria comunità. Un muro divide la comunità dalla città “formale”.



La costruzione del Bulevar Monseñor Romero e dello svincolo di uscita porta alla demolizione di gran parte degli alloggi della comunità e alla sua separazione in due tratti. Vengono costruite altre mura di sicurezza sul lato della comunità confinante con la nuova strada.


Nuovi alloggi più dignitosi vengono forniti in risarcimento delle demolizioni. Un ponte pedonale ricongiunge le due parti della comunità, ma, di fatto, c’è una ghettizazione che comporta un proliferare della criminalità e della violenza.


In questa circostanza lavorano, specialmente intervenendo in aiuto all'infanzia, i volontari di FUNDIPRO, associazione di cooperazione salvadoregna, aiutata dalla controparte italiana I Sant'Innocenti (qui il sito web).

Estratto dalla tesi di laurea: 
Pietro Vecchi, Progettazione di un'"aula di aiuto scolastico e umano" a Santa Tecla, El Salvador, Sapienza, marzo 2017

lunedì 26 ottobre 2015

Mappatura e riordino della segnaletica turistica



Si è effettuato il censimentola mappatura georeferenziata della segnaletica pedonale esistente a Venezia, nella Città storica, nelle principali aree di Mestre, Giudecca, Lido e Pellestrina, Murano, Burano, Torcello e Sant’Erasmo.
Il riordino della segnaletica turistica è finalizzato ad agevolare la mobilità urbana, per redistribuire i flussi turistici che sempre più congestionano la città storica, indirizzando i visitatori verso i luoghi di visita meno noti al turismo di massa e verso le zone meno frequentate ma non meno interessanti della città, evitando così il tradizionale intasamento nell’area marciana e realtina. 
E’ inoltre in preparazione una mostra tematica della segnaletica turistica, legata alla storia del turismo in città, agli itinerari,  ecc. Con l'occasione si predisporrà un libro bianco o catalogo e produzione di un video, performance. Si disseminerà l’evento con conferenza stampa, laboratorio ecc.  tramite i social media.


http://www.comune.venezia.it/

sabato 11 maggio 2013

Roma non è una cosa enorme.




Roma non è una cosa enorme. E’ una miriade di stanze, di paesini che non sanno di essere parte di una stessa cosa. Un ragazzo di periferia, se deve andare in centro, si prepara una settimana prima, si studia i percorsi, si fa prestare la macchina e poi finisce immancabilmente a Campo de’ Fiori; è entrato in un altro paesino. 
C’è la Roma antica, c’è quella medievale, c’è quella rinascimentale, barocca, rococò, moderna, postmoderna e addirittura quella contemporanea. C’è quella ricca, quella turistica, quella vivibile, e c’è quella povera, vuota e invivibile. Ci sono quartieri di villette ognuna col suo giardino; ci sono quartieri di grandi palazzi coi balconi che si affacciano sulla strada; nei primi quartieri non si vede nessuno, nei secondi sono tutti al bar o su qualche panchina, mentre i bambini giocano a calcio.

Ma tutte queste Rome, che non sanno di essere parte di una stessa cosa, in realtà lo sono. Dal centro storico a Tor Tre Teste, c’è sempre lo stesso sole pesante e bianco e ci sono gli stessi muri scrostati, ci sono persone che muoiono di caldo e che quando piove non escono di casa, anche perché tanto la metro sarà bloccata. 

Roma è poco europea; se io dovessi  fare un paragone con città che non ho mai visto, credo che ci siano più somiglianze con Algeri che con Parigi. L’immagine che si forma è quella di tanti palazzi a forma di scatola, gialli o rossastri, con le persiane quasi tutte chiuse, bagnati dal sole che rende bianca una faccia e nera l’altra. Il cemento e i sampietrini alla lunga sono insopportabili; allora i romani si rifugiano in uno dei grossi parchi urbani con il cane e i figli.

La città è rotonda, è un cerchio di mura circondato da un cerchio di binari circondato da un cerchio di autostrade. Le strade consolari escono come dei raggi dal centro e portano a tutto il mondo, altrimenti nessuna strada porterebbe a Roma. L’Ostiense passa sempre per case e nuovi paesini, senza mai vedere uno spazio libero, fino ad arrivare al mare e vedere lo spazio più libero di tutti. La Tiburtina si introduce dritta tra due file di palazzi di dieci piani che non finiscono mai. La Nomentana è più verde, più ricca: ai lati vedi le palazzine più belle.

Poi c’è l’EUR. Ora, non è che ho dei pregiudizi, ma qui il fascismo c’è riuscito, a costruire una città fascista. Qui sono tutti impiegati, sono tutti in case di vetro, le strade sono pulite, il traffico scorre, i bar sono pieni di gente che ha da fare, e in pausa pranzo sono tutti al parco del laghetto con gli auricolari e l’iPhone. A Roma non si sono mai tracciate le strade così ad angolo retto, così simmetriche, anche se si sarebbe sempre voluto; L’EUR è un progetto sbagliato in partenza, dove i monumenti sembreranno sempre dei simboli e non dei luoghi.

Il Tevere inumidisce la città; sulle sue rive c’è fango e verde, campi da calcio e campi nomadi. L’isola Tiberina sembra una cosa salvata dal bagnato, con le case aggrappate alle murate, e davanti il ponte rotto, pieno di gabbiani. Il mare di Ostia è un po’ triste; dal lungomare non si vede, tanti sono i lidi e i ristoranti. 

L’uomo è un mistero; se uno avesse uno sguardo profondo non concepirebbe come degli uomini, che in fondo sono tutti poveri e limitati, abbiano un desiderio di bellezza così forte da costruirci una città. Una città è impensabile da un uomo solo: un uomo solo si crea una casa e basta, mentre due uomini creano due case e la strada in mezzo. Una città bella come Roma è impensabile anche da due milioni di persone, perché il desiderio di bellezza non è nostro, ci è stato messo dentro.

sabato 13 ottobre 2012

PEACE IN THE WORLD




Uomini liberi, alzate un grido forte e unanime per la pace nel mondo!
Mentre la nostra attenzione viene dirottata sui mercati economici e sulle prossime elezioni americane, nella regione mediorientale si sta ridisegnando il nuovo assetto del potere globale.
La Siria pare essere diventata “l’ultima frontiera” dalla quale non arretrare nella prova di forza tra gli USA, con i suoi alleati occidentali, e la Russia del ritrovato Putin.
Le consistenti risorse energetiche su cui appoggiano gli Stati della Regione, la fame rapace di tali fonti che nutrono i mercati internazionali, la necessità di libero e indisturbato accesso alimentano drammatici venti di guerra.
Ma in Siria, come negli Stati limitrofi, vivono forse delle “non persone” che, come già diceva George Orwell, non possono entrare nella storia?
Che ne è delle donne e degli uomini comuni, siano essi siriani, turchi, afgani, iracheni, iraniani, egiziani, palestinesi, libici, libanesi, israeliani? Che ne è della loro sofferenza, della morte, dell’oppressione, delle atroci malvagità subite, della fame di pane e di giustizia, della disperazione di essere privati della libertà?
Le loro immani prove, che rendono disumana anche la nostra vita, possono continuare a lasciarci indifferenti?
Possiamo ancora permettere che una società in cui la tecnologia diventa il braccio dell’unico dio denaro, tanto che i soldi per qualsiasi guerra si trovano sempre, ci faccia credere che i conflitti armati siano l’unico strumento di prevenzione e di soluzione del male che incombe sull’uomo?
Di fronte a tale aberrazione potremo ancora continuare a usare timide e balbettanti parole quali si leggono nelle risoluzioni delle Nazioni Unite?
E’ questo il tempo della responsabilità. Di tutti e di ognuno. La prima responsabilità è quella di uscire dal qualunquismo e dal cinismo degli interessi privati che ci chiedono di non impegnarci, di non sacrificarci per nessuno e per niente e di starsene “quieti” finchè possiamo.
NON POSSIAMO perché l’ingiustizia, se c’è un uomo che la sopporta, che la tace, che la asseconda con l’indifferenza, con il tempo viene accettata e considerata come una giustizia.
NON POSSIAMO perché è facile dimenticare di essere umani, cioè parte dell’umanità tutta, e tutti siamo colpiti nella nostra umanità dalle ferite che il potere infligge a chi è trattato come una “non persona”.
Scegliere il tema della pace, quindi, significa basarsi sulla convinzione che il male non ha l’ultima parola nelle vicende umane e che le immani sofferenze dei popoli e dei singoli devono interpellarci.
In ogni caso e contro tutte le guerre il PPL alza la sua voce: NO ALLA GUERRA.

Pane Pace lavoro 13 ottobre 2012

lunedì 23 luglio 2012

Forma Urbis: I dipinti murali del XII secolo nella basilica di San Giovanni a Porta Latina a Roma

Serena Di Giovanni, Silvia Di Summa
(estratto delle tesi di laurea magistrale: “San Giovanni a Porta Latina: i dipinti murali del presbiterio”; “San Giovanni a Porta Latina: i cicli neo e veterotestamentari della navata”. A. A. 2010/2011)

La redazione di DaSeyn desidera ringraziare Serena Di Giovanni, per permetterci di pubblicare questo suo lavoro nato dalla collaborazione con Silvia Di Summa, frutto di oltre un anno di ricerche. Speriamo che i nostri lettori possano, come noi, cogliere le sfumature e la preziosità di questo ingente lavoro.

1.1 Cenni storici

La chiesa di San Giovanni a Porta Latina sorge sul Celio, presso la via Latina, non lontano dalla porta omonima della cinta aureliana. Essa è contigua alla cappella di San Giovanni in Oleo, prima memoria eretta a Giovanni Evangelista su un presunto tempio dedicato a Diana, considerata per lungo tempo il luogo dello scampato martirio dell’apostolo. Le notizie sulla vita e la morte di Giovanni, apostolo ed evangelista sono varie e, a volte, contraddittorie. Papia di Ierapoli (70-130 ca.) narra del suo martirio avvenuto, assieme al fratello Giacomo, per mano dei giudei. Policrate di Efeso (130-196 ca.), invece, in un frammento di un’epistola a papa Vittore I (189-199), riferisce della sua sepoltura a Efeso. È Tertulliano (II-III sec. d.C.) a fornire, tuttavia, una prima testimonianza dello scampato supplizio del santo, avvenuto intorno al 92 d.C.: «[…] ubi apostolus Iohannes posteaquam in oleum igneum demersus nihil passus est, in insulam relegatur». Secondo Girolamo (347-420 ca.) l’evento si sarebbe compiuto sotto Nerone (54-68), come si evince dall’Adversus Iovinianum (I 26) e dal commento a Matteo (ad 20, 23), composti fra il 393 e il 398. Ulteriori precisazioni a riguardo compaiono nei martirologi di VII-IX secolo, quali l’Adone di Vienna e i martirologi di Floro e di Vetus. La chiesa fu forse edificata sotto papa Gelasio I (492-496), come proverebbero i bolli doliari di Teoderico (495-526) rinvenuti durante gli scavi novecenteschi. Il Liber Pontificalis riporta anche un suo successivo rifacimento, avviato da Adriano I (772-795): «…ecclesiam beati Johannis Baptiste sitam iuxta portam Latinam ruinis praeventam in omnibus noviter renovavit». Al tempo di Adriano I rimonta, con ogni probabilità, l’iscrizione visibile sul pozzo di fronte all’edificio «ego stephanus in nomine pat. et filii esp… i», mentre alla prima metà dell’XI secolo risale la notizia di una comunità di sacerdoti presente all’interno del complesso, promotrice di una vasta opera di riforma e caratterizzata da una vita di intensa spiritualità, povertà e obbedienza. Fra XI e XII secolo, la chiesa divenne luogo d’incontro di personaggi di primo piano nel progetto di riforma della Chiesa, come Benedetto IX (1032-1044), Gregorio VI (1033-1049), Bartolomeo abate di Grottaferrata, Lorenzo di Amalfi, Odilone di Cluny e Ildebrando di Soana. Sotto Celestino III (1191-1198) ebbe inoltre una nuova dedicazione, testimoniata dall’iscrizione un tempo murata in controfacciata e ora collocata sul fronte di un moderno leggio. Allo scadere dell’XI secolo San Giovanni a Porta Latina è attestata come un’importante stazione liturgica delle celebrazioni del sabato precedente la Domenica delle Palme, che avevano luogo in San Giovanni in Laterano. Sebbene Gaetano Moroni, fonte di XIX secolo, supporti l’ipotesi secondo cui Gregorio I (590-604) avesse qui stabilito la stazione liturgica del sabato della Passione, per la stazione di Porta Latina appare arduo individuare un momento cronologico anteriore all’XI secolo. È però necessario ricordare che anche durante la cattività avignonese (1309) e il conseguente progressivo abbandono della città, la chiesa e il contiguo oratorio rimasero per molto tempo meta di pellegrinaggi. È inoltre plausibile ipotizzare che, fra XI e XIII secolo, un convento femminile benedettino fu annesso alla chiesa. Citato nel catalogo di Cencio Camerario del 1192, il monastero sarebbe esistito fino al pontificato di papa Bonifacio VIII (1299-1303). Quando quest’ultimo concesse la basilica lateranense al clero secolare, anche San Giovanni a Porta Latina dovette seguire le vicende della basilica madre. I beni, entrati a far parte del Capitolo Lateranense, si dileguarono e la comunità religiosa venne a trovarsi senza alcun reddito. Ne fu conseguenza il ritiro dei Canonici e l’abbandono del tempio. Solo nei primi decenni del XIV secolo vi si insediarono i Padri Clareni: ricordati dal Catalogo di Torino (1320 ca.), essi rimasero nella basilica fino al 1473, quando si trasferirono a San Girolamo della Carità. Il 15 gennaio 1496 il Capitolo Lateranense concesse la custodia della chiesa agli Eremitani di Sant’Agostino, che vi rimasero però solo pochi anni. Diverse sono state le Congregazioni religiose che si sono alternate nella gestione della chiesa, spesso abbandonata a causa sia della sua posizione in aperta campagna, sia delle ristrettezze economiche a cui era sottoposta. Per questo motivo, quando anche l’ultima comunità religiosa venne meno, il Capitolo decise di incaricare un canonico, scelto tra i suoi membri, allo scopo di provvedere a tutte le necessità della chiesa, senza ricevere altri emolumenti. Questi canonici, detti ‘Difensori’ o abati commendatari, si susseguirono nella cura della basilica e dei suoi annessi per oltre un secolo e mezzo, utilizzando le loro sostanze per il suo sostentamento. La sua custodia diretta fu così affidata ai padri eremiti, che avevano la facoltà di raccogliere le elemosine dei fedeli e di «questuare il quanto occorreva al proprio mantenimento», con l’obbligo di pernottare nei locali annessi alla basilica, e di farvi celebrare le messe festive a proprie spese. Nel 1703, i Padri Mercedari Scalzi ottennero dal Capitolo lateranense l’uso della chiesa e del convento; ma non essendo quest’ultimo abitabile per le sue cattive condizioni, si provvide a lavori di restauro e ampliamento. Nel 1729, ottenuta la chiesa in enfiteusi perpetua, ai Padri Mercedari succedevano i Padri Minimi di San Francesco da Paola. Questi avviarono l’edificazione di una fabbrica su via Latina, ma le forti spese e la zona malarica li costrinsero a spostare altrove il noviziato e ad affittare i locali per far fronte ai debiti contratti. Le condizioni dell’edificio andarono gradatamente peggiorando fino a quando i Padri Minimi, nel 1798, furono cacciati e dispersi dai francesi, e i locali, ormai cadenti, dati ai custodi della Porta. La chiesa minacciò allora di essere completamente spogliata di tutti gli arredi e le suppellettili e fu salvata solo grazie all’abilità e all’astuzia del vignaiolo, che versò di suo undici piastre ai soldati francesi. In quel periodo Porta Latina fu chiusa, con gravi conseguenze per la chiesa e per la zona, malsicura e spesso anche rifugio di scandali e nequizie. Il convento divenne così ospizio di pellegrini, alloggio di truppe di passaggio, più tardi deposito di lana e perfino essiccatoio di pelli per un beccaio. Nel 1830, date le cattive condizioni della basilica e del convento, i Padri rinunciarono definitivamente a ogni diritto sul complesso e, nel 1859, su sentenza del tribunale, anche il convento passò in possesso del Capitolo lateranense.
Nel 1876 la cura della chiesa fu affidata ai Terziari francescani di Albì, che dovettero però allontanarsi a causa della malaria. Nel 1905 le suore della Ss. Annunziata, dette Turchine, entrarono in possesso del convento e vi fondarono un monastero di clausura, venendo tuttavia allontanate alla fine degli anni Trenta, quando l’estendersi ormai crescente della città rese necessario un servizio religioso regolare.

mercoledì 21 settembre 2011

The city: fear and desire. USA Arizona: ArcoSanti - mini documentary (Paolo Soleri)

Arcosanti es una ciudad experimental de la fundación Cosanti fundada por Paolo Soleri y su esposa Colly. Se trata de un laboratorio urbano que se empezó a construir en 1970 bajo las bases de la Arcología en el desierto de Arizona.  Actualmente se encuentra dividido en 13 partes, entre las que se incluyen un laboratorio, un anfiteatro, una fundidora, una piscina y el centro de música Colly Soleri.

martedì 21 giugno 2011

Forma Urbis: Le città Invisibili

Marco Polo descrive un ponte, pietra per pietra.
- Ma qual è la pietra che sostiene il ponte? -chiede Kublai Kan.
- Il ponte non è sostenuto da questa o quella pietra,-
risponde Marco, - ma dalla linea dell'arco che esse formano.
 Kublai Kan rimane silenzioso, riflettendo. Poi soggiunge: - Perché mi parli delle pietre? è solo dell'arco che m'importa.
 Polo risponde: - Senza pietre non c'è arco.
Calvino

martedì 31 maggio 2011

Forma Urbis: Utopia

Chi ha veduto una di quelle città le ha veduto tutte, tanto sono un’ a l’altra simile, ove la natura del luoco lo consente. Ne dipingerò adunque una, e benché non importi descrivere più questa che quella, nondimeno ragionerò di Amauroto, la più degna, la quale per avervi il senato è da tutte le altre onorata, e io ho di quella maggior cognizione, perché vi sono stato cerca anni cinque. Amauroto è situata in una costa di monte, quasi quadrata, perché la sua larghezza comincia poco di sotto da la cima del colle e per duemila passi si stende al fiume Anidro, lungo la ripa del quale alquanto più si stende. Anidro fiume sorge da picciol fonte ottanta miglia sopra Amauroto, ma, dal concorso d’altri fiumi accresciuto, passa avanti Amauroto largo cinquecento passi, e indi poi slargandosi a seicento, mette ne l’Oceano. In questo spacio di alquante miglia tra el mare e la città, l’acqua va e torna con molta fretta ogni sei ore. Il mare, quando v’entra, occupa il letto del fiume per trenta miglia e caccia indietro le acque di quello, e a le fiate le corrompe col salso. Ma tornando poi adietro, il fiume a l’usato corre con dolci acque irenanti la città; e un ponte non di travi o legnami, ma di pietra egregiamente lavorata, serve per passare il fiume a quella parte che è più dal mare luntana, acciò che le navi possino passare inanti a quel luoco de la città senza pericolo. Hanno ancora un altro fiume, non già grande, ma tranquillo e piacevole, il quale, sorgendo del monte ove la città è fabricata, passa per mezzo di quella e mette ne l’Anidro. Amaurotani hanno tolto dentro ne la città la fonte di questo fiume, che non era molto luntana, e fortificatola, acciò che non potesseno i nimici divertire l’acqua o corromperla. Indi con canoni di pietra cotta derivano l’acqua a le più basse parti, e ove per il luoco non si può condure l’acqua, fanno cisterne in le quai si raccoglie la pioggia, e ne pigliano i popoli il medesimo commodo. Il muro largo e alto cinge la città con torri e revelini; la fossa secca, ma larga e profonda e con spine e siepi; da tre bande ha le mura, e da la quarta il fiume li serve per fossa; le piazze sono fatte acconciamente, e per condurvi le cose necessarie, e perché siano secure da’ venti; gli edificii non vili e tirati al dritto quanto è lungo ogni borgo, con le case a rimpetto una de l’altra. Le fronti dei borghi hanno tra loro una via larga venti piedi. Dietro le case quanto è largo il borgo è l’orto largo e rinchiuso da le muraglie di dietro dei borghi; ogni casa ha la porta di dietro e davanti, la quale si apre agevolmente in due parti e si chiude da sé stessa; ognuno vi può entrare; tanto hanno ogni lor cosa commune, che ancora mutano le case ogni dieci anni. Fanno gran stima degli orti, nei quali piantano viti, fruti, erbe e fiori con grande ordine e vaghezza. Garreggiano i borghi uno con l’altro di aver orti più belli, né hanno cosa de la quale piglieno più diletto e commodo che di questi, dei quali pare che avesse più cura il loro autore che di qualunque altra cosa, perché dicono Utopo da principio aver descritto questa forma de la città, lasciando poi la cura di ornarla ai descendenti. Ne le loro istorie, da quel tempo che fu preso l’isola, che comprende anni mille settecento e sessanta, le quai conservano molto diligentemente, leggesi che le case erano basse come tugurii, fatte di ogni sorte di legnami che potevano avere, i pareti lutati e la cuoperta de strami levata nel mezzo. Ma ora le case hanno tre palchi, i muri di selice o mattoni con calce incrostati e ripieni de rottami; i tetti, piani e rassodati in guisa che non portano pericolo del fuoco, sono cuoperti di piombo per tollerar le piogge; le finistre di vetro, ch’hanno bellissimo, li defendono dai venti; usano ancora a questo tele sottili unte con oglio lucidissimo o di ambro, e indi hanno più chiara luce e sono dal vento meglio difesi.

giovedì 26 maggio 2011

Forma Urbis: Sforzinda

Sforzinda è forse il primo progetto di città rinascimentale concepita secondo un disegno unitario e dettagliato in ogni sua parte.
L'architetto e scultore fiorentino Filarete, fu inviato dai Medici alla corte di Francesco Sforza, duca di Milano, come portatore della nascente cultura rinascimentale toscana. Durante un secondo soggiorno nella città lombarda scrisse un trattato di architettura, nel quale vengono esposte le sue teorie sui "modi e misure dello hedificare". La città dovrà sorgere in un luogo ideale, la valle dell'Inda, attraversata da un corso d'acqua e riparata dai venti.La costruzione dell'intera città viene pianificata con i tempi di lavoro, i materiali da usare e le maestranze da impiegare ( dodicimila maestri e ottantaquattromila lavoranti ).La data di inizio dei lavori viene stabilita da un astrologo e la stessa pianta stellare deriva probabilmente da motivazione di ordine cosmico - geografico ma anche da problematiche legate alla migliore difesa della città. La pianta presenta uno schema urbano di tipo radiale.la forma è una stella, generata dall'intersezione di due quadrati ruotati di 45° ed iscritta entro un fossato circolare: nelle otto punte di questa figura sono poste altrettante torri e negli spigoli rientranti otto porte, dalle quali otto strade radíocentriche conducono alla piazza centrale porticata, di forma rettangolare. sulla quale si dispongono gli edifici destinati alle funzioni civiche più importanti, cioè gli spazi per le attività governative, amministrative, religiose ed economiche.

L'intero progetto è riportato sotto forma di dialogo tra il principe ( Francesco Sforza ) - da cui deriva il nome della città- e il progettista ( Antonio Averulino, detto Filarete ) nel codice Magliabechiano, pubblicato per la prima volta da W.von Ottigen nel 1894 " Tractatus ".
" le mura prima ottangulate saranno, grosse
braccia sei; et alte voglio che siano quattro
volte quanto sono grosse. Le porte saranno
negli angholi retti; poi le strade si partiran-
no dalle porte, et andranno tutte al centro.
E quivi farò la Piazza, la quale sarà per la
lunghezza uno stadio, e pel largo sarà mez-
zo stadio. E in testa sarà la chiesa cathedrale
con le sue appartenenze....
Lungo le strade si aprono otto piazze, collegate da un percorso circolare concentrico, che ospitano mercati specializzati (in quelle verso oriente ed occidente, paglia e legname, a settentrione olio e altre cose, a meridione grano e vino; ed in ciascuna, secondo la necessità, ci saranno vendite di carne e varie attività). Altre strade radiocentriche collegano la piazza centrale con le torri, e su queste si troveranno altre piazze, nelle quali saranno collocate le chiese parrocchiali e quelle dei conventi.

Le strade radiali che conducono alle piazze di mercato sono costeggiate da un sistema di canali collegati al fiume esterno. che poi si riuniscono ad anello intorno alla piazza principale: la funzione di queste "vie d'acqua" è quella di permettere in modo economico il trasporto delle merci. Un'idea, questa, certamente ripresa da Venezia e che sarà ulteriormente sviluppata da Leonardo.La piazza centrale è un rettangolo nel rapporto tra i lati di 1:2 (centocinquanta braccia per trecento). Intorno a questo spazio maggiore, alle cui estremità sorgono il palazzo dal principe e la cattedrale con l'episcopio, si aprono due piazze minori. sulle quali si affacciano gli altri edifici pubblici: il palazzo del comune, il palazzo del podestà, quello de capitano, la prigione. la dogana, la zecca, il macello, bagni pubblici. locande e il lupanare; inoltre le due piazze ospitano rispettivamente il mercato dei generi alimentari e quello delle altre merci. Il trattato prosegue con una descrizione analitica degli edifici principali, che sono anche illustrati, nella versione del codice Magliabechiano di Firenze, con fantastici disegni autografi: una torre diventi piani, che sorgerà nel centro della piazza, dall'alto dell quale "si discernerà tutto il paese". la cattedrale, a pianta quadrata con quattro campanili negli angoli e una cupola al centro; l'ospedale, che riprende il modello dell'Ospedale Maggiore di Milano progettato dallo stesso Filarete.

Per le problematiche affrontate anche in certo dettaglio, seppur in passi del trattato non corrispondenti a possibili e concreti sviluppi, Sforzinda appare un punto d'incontro tra città ideale e città reale.

E' forse la prima volta che si parla in termini di zone specializzate allo sviluppo di certe attività; vengono prese in considerazione orientamenti e venti dominanti; si differenziano flussi di traffico con l'uso di corsi d'acqua specializzati per il traffico mercantile disposti parallelamente alle vie tracciate sul terreno; vengono teorizzate, se pur non rispondenti scientificamente, soluzioni di ingegneria antisismica per le costruzioni di importanza pubblica; si predispone una distribuzione dei servizi principali della città per un migliore servizio al cittadino. Dalla descrizione delle opere, della intenzioni progettuali, Sforzinda più che una città del sogno o "ideale" appare come una metafora della città dentro cui leggere indicazioni concrete per la pianificazione urbana e territoriale.

mercoledì 25 maggio 2011

Forma Urbis: Floating Chicago

Floating Chicago video Chicago
Floating Chicago video Chicago
Floating Chicago video Chicago

Using time-lapse footage of the Chicago skyline shot over several years Craig Shimala (previously) has created another one of his superb mirrored videos. It’s fascinating how this simple editing trick turns the cold city skyline into a hovering, monolithic spacecraft.
via this is colossal

martedì 17 maggio 2011

Forma Urbis: Museo dell'Ara Pacis

Il progetto per il complesso museale dell'Ara Pacis è stato redatto da Richard Meier & Partners Architects, studio statunitense a cui si devono alcuni dei più notevoli musei della seconda metà del Novecento. La cantierizzazione del progetto è stata assegnata all'italiana Maire Engineering ed è curata, per l'Amministrazione comunale, dalla Sovraintendenza ai Beni Culturali e dall'Ufficio Città Storica. L'edificio, rimasto sostanzialmente inalterato, è stato concepito per essere permeabile e trasparente nei confronti dell'ambiente urbano, senza compromettere la salvaguardia del monumento. Un organismo ad andamento lineare che si sviluppa secondo l'asse principale nord-sud e si articola in aree scoperte, ambienti completamente chiusi e in zone chiuse, ma visivamente aperte alla penetrazione della luce. Il nuovo complesso museale, che ricompone la quinta edilizia ad ovest del Tridente, è suddiviso in tre settori principali. Al primo settore, una Galleria chiusa alla luce naturale, si accede tramite una scalinata che supera il dislivello tra via di Ripetta e il Lungotevere e raccorda la nuova costruzione alle chiese neoclassiche antistanti. La scalinata presenta due elementi di richiamo al passato: una fontana, memoria del Porto di Ripetta che insisteva proprio su quest'area, e una colonna che misura dall'Ara la stessa distanza che, in età augustea, la separava dall'obelisco della grande meridiana. La Galleria, che ospiterà i servizi di accoglienza, assolverà la duplice funzione di introdurre la visita al monumento e di "schermare" l'Ara da meridione. Superata la sua penombra, si entra nel Padiglione centrale, dove di giorno l'Ara è immersa nella luce diffusa dei lucernari e da ampi cristalli filtranti. Questa soluzione ha comportato il montaggio di oltre 1500 mq di vetro temperato, in lastre grandi fino a tre metri per cinque, tali da annullare l'effetto-gabbia del Padiglione e garantire il massimo di visibilità. Il terzo settore, a nord, ospita una Sala per convegni disposta su due piani e fornita di un locale per ristorazione. Sopra la sala, un';ampia terrazza aperta al pubblico affaccia sul Mausoleo di Augusto. Sfruttando il dislivello esistente tra il Lungotevere e via di Ripetta, è stato inoltre ricavato un vasto piano semi-interrato, fiancheggiato dal Muro delle Res Gestae, unico elemento conservato del vecchio padiglione. In questi spazi verranno realizzati una biblioteca, gli uffici di direzione e due grandi sale illuminate artificialmente, dove saranno esposti i frammenti non ricollocati nella costruzione del 1938 e altri importanti rilievi della cosiddetta Ara Pietatis. A questi spazi, utilizzabili anche per mostre temporanee, si accederà sia internamente, sia tramite due ingressi indipendenti a sud e nord di via Ripetta.

I materiali e le tecnologie
Per la realizzazione del nuovo Museo sono state impiegate materie prime e realizzati impianti di assoluta qualità.
La scelta dei materiali è finalizzata all'integrazione con l'ambiente circostante: il travertino, come elemento di continuità coloristica, l'intonaco e il vetro, in grado di offrire una compenetrazione tra interno ed esterno, un contemporaneo effetto di volume e trasparenza, di pieno e vuoto. Il travertino proviene dalle stesse cave da cui fu estratto per la realizzazione di piazza Augusto Imperatore negli anni Trenta ed è lo stesso più recentemente utilizzato da R. Meier per il Getty Center di Los Angeles e altre importanti opere architettoniche. La sua lavorazione "a spacco" e le caratteristiche stesse della pietra ne fanno un materiale unico, prodotto con una tecnica messa a punto per lo stesso Meier.
L'illuminazione, sia interna che esterna, notturna e diurna impiega riflettori dotati di accessori anti-abbagliamento, filtri per la resa del colore e lenti che circoscrivono e modulano la distribuzione del fascio luminoso in relazione alle caratteristiche delle opere esposte.
L'intonaco bianco Sto-Verotec, già materiale d'uso tradizionale, qui viene impiegato su pannelli di vetro riciclato di dimensioni finora mai usate in Italia. Si caratterizza per l'estrema levigatezza, ottenuta attraverso sette strati di applicazione su rete vitrea e per la sua reazione "autopulente" agli agenti atmosferici.
Il vetro temperato che racchiude l'Ara è composto da due strati, ciascuno di 12 mm, separati da una intercapedine di gas argon e dotati di uno strato di ioni di metallo nobile per il filtraggio dei raggi luminosi. La sua tecnologia, studiata per ottenere un rapporto ottimale tra resa estetica, trasparenza, fonoassorbenza, isolamento termico e filtraggio della luce, si spinge al limite delle attuali possibilità tecniche.
Il microclima interno è affidato ad un complesso impianto di climatizzazione che risponde a due essenziali requisiti: essere il più discreto possibile rispetto all'architettura circostante e reagire in tempi brevi a cause perturbanti le condizioni termiche e di umidità. Una serie di ugelli crea una cortina d'aria che lambisce le grandi vetrate, impedendo fenomeni di condensazione e stabilizzandone la temperatura. A questo è stato associata l’alta tecnologia del sistema a pannelli radianti Seppelfricke SD: una fitta rete di tubi in polietilene reticolato elettronicamente sotto il pavimento e percorsa, secondo la necessità, da acqua temperata calda o fredda, al fine di creare condizioni climatiche ideali: assenza di polveri sospese dovute a moti convettivi dell’aria, sensibile diminuzione di acari, rispetto dell’ambiente grazie al forte risparmio energetico, climatizzando di fatto solamente i volumi nei quali sono presenti i visitatori.
Il grande salone dell'Ara è servito, inoltre, da un sofisticato impianto che consente la circolazione di aria con elevato grado di filtraggio anche in condizioni di affollamento due volte superiori al massimo previsto.

mercoledì 11 maggio 2011

Forma Urbis: cappella Palatina in Aquisgrana, 793-810

La Cappella Palatina aveva tre funzioni: riservare al sovrano in trono una posizione elevata durante le solenni funzioni liturgiche, consentire alla “cappella di corte” l’attività religiosa e custodire le reliquie appartenenti al monarca, tra cui anche la cosiddetta cappa di S. Martino, da cui derivò il nome di Cappella. Alle tre funzioni corrispondevano tre diverse parti dell’edificio: “la “cappella di corte” si riuniva al piano inferiore del corpo ottagonale, al re e ai suoi dignitari era riservato il piano superiore della torre antistante all’area del trono; il popolo poteva rendere omaggio all’imperatore dall’atrio (quadriportico). Gli architetti, fra cui Oddone da Metz sorvegliato dal consigliere Eginardo, avevano attentamente progettato tale complesso edilizio secondo un chiaro schema matematico e avevano stabilito ogni dettaglio prima che cominciassero i lavori; la cappella misura 144 piedi e tale numero, quello sacro della città dell’Apocalisse, era, per un epoca che pensava secondo il sistema duodecimale, il numero perfetto; esso ritorna ancora nel perimetro dell’ottagono, misurando il lato 18 piedi (12 più la sua metà). Lo schema del progetto dimostra che anche all’esterno tutte le misure sono divisibili per 12: di 48 piedi è l’altezza del corpo poligonale a sedici lati fino alla cimassa del tetto, alto a sua volta 12 piedi; da esso si innalza l’ottagono per 24 piedi e il bel tetto di marmo, che un tempo era rivestito di bronzo, aggiunge altre 2 aste di 12 piedi ciascuna. La torre occidentale raggiunge la stessa altezza. Con la sua pianta a forma di poligono di dodici lati, la Cappella Palatina di Aquisgrana rappresenta il più antico monumento medievale a schema centrale costriuito a Nord delle Alpi e dei Pirenei che si sia conservato nella sua integrità.

Come in S. Vitale a Ravenna, modello di riferimento della Cappella, il nucleo centrale della costruzione è costituito da un ottagono, di dimensioni pressoché analoghe alla basilica ravennate (31 metri di altezza e 16 di diametro). Rispetto a San Vitale, l’edificio di Aquisgrana è tuttavia più alto ed è articolato su tre ordini invece che su due. L'ordine inferiore presenta otto ampie arcate a tutto sesto, sostenute da solidi e imponenti pilastri. Un cornicione divide la zona inferiore da quella superiore. Nel secondo ordine si ripete il motivo degli otto archi, ma in ognuno di essi è contenuto un doppio loggiato, caratterizzato dallo splendore di 32 eleganti colonne antiche con capitelli corinzi, provenienti da Ravenna o da Roma, come altri marmi preziosi. Sulle arcate del secondo ordine si imposta la cupola emisferica divisa in 8 spicchi, il cui mosaico originario rappresentava l’Apparizione di Cristo fra i vegliardi dell’Apocalisse; oggi andato completamente perduto.
Sia nel piano inferiore sia in quello superiore lo sguardo è guidato verso la parte centrale, lo spazio sacro, destinato al culto.Carlo Magno aveva nella Cappella due troni, quello nell’atrio, per gli atti di omaggio del popolo e quello nella tribuna a Ovest, dal quale poteva seguire le funzioni celebrate presso i tre altari del piano inferiore e di quello superiore. La struttura a due piani, con il trono del sovrano al piano superiore, divenne per così dire canonica e l’esempio di Aquisgrana venne ripreso in buona parte delle cappelle di corte anche nei secoli successivi. Il vano del trono era delimitato non solo anteriormente dalle due più preziose tra le 32 colonne antiche ma anche alle spalle ne erano state collocate altre due come segno di maestà. Di fronte al vano del trono era situato quello dell’altare carolingio, piccolo e semplice: le reliquie non si trovavano infatti nel vano dell’altare ma nella torre sopra il trono.

domenica 8 maggio 2011

Forma Urbis: Santa Maria in Cosmedin

ROMA BIZANTINA
Choc al ritorno dalla Grecia, attraverso Bisanzio. Questa volta non è più lo stupore di un primitivo davanti alla decorazione fiorita di un acanto; gente di origine greca viene a costruire Santa Maria in Cosmedin. Greci ben lontani da Fidia, ma che ne hanno conservato il seme, cioè il senso dei rapporti, la matematica grazie alla quale la perfezione diventa accessibile. Questa chiesetta di Santa Maria, chiesa di povera gente, proclama, in Roma strepitosamente lussuosa, fasto singolare della matematica, la potenza imbattibile della proporzione, l'eloquenza sovrana dei rapporti. il motivo non è che una basilica, cioè questa forma di architettura con la quale si fanno i granai, i capannoni. i muro sono di intonaco di calce. C'è un solo colore: il bianco; intensità certa poiché è l'assoluto. Questa chiesa minuscola vi incute rispetto. "Oh!" dite voi, che venite da San Pietro o dal Palatino o dal Colosseo. I sensuali dell'arte, istintivi dell'arte, saranno imbarazzati da santa Maria in Cosmedin. E dire che questa chiesa era in Roma quando inferiva il Grande rinascimento con questi palazzi pieni di ori, di orrori!
La Grecia attraverso Bisanzio, pura creazione dello spirito. L'architettura non è che ordine, bei prismi nella luce. È cosa che ci incanta, è la misura. Misurare. Dividere in quantità ritmiche, animate da un soffio uguale, fare passare ovunque il rapporto unitario e sottile, equilibrare, risolvere l'equazione. Poiché, se l'espressione genera scompiglio quando si parla di pittura, si addice all'architettura che non si occupa di alcuna figurazione, di alcun elemento commovente per un uomo, l'architettura che amministra delle quantità. Queste quantità fanno un ammasso di materiali a piè d'opera; misurate, introdotte nell'equazione, fanno dei ritmi, dicono cifre, rapporto, spirito.
Nel silenzio equilibrato di Santa Maria in Cosmedin, sale la rampa obliqua di un pulpito, si inclina il libro di pietra di un leggio, in un accordo silenzioso come un gesto di assenso. Queste due linee oblique modeste che si congiungono nel meccanismo perfetto di una meccanica spirituale sono la bellezza pura e semplice dell'architettura.

Le Corbusier, Verso una Architettura,  Longanesi ed.

Campionare i fumetti: Samplerman comics by Yvang

"Yvan Guillo, aka Yvang, è un fumettista francese nato nel 1971. Ha cominciato pubblicando fumetti in varie fanzine fin dai primi anni ...