mercoledì 17 luglio 2013

Victor Horta, la Casa del popolo di Bruxelles

Tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, per la prima volta dal Medioevo, gli architetti videro l'assurdo di continuare a utilizzare il linguaggio dell'antica Grecia in un mondo ormai industrializzato, dove i nuovi materiali erano il ferro e il vetro e non la pietra. Grazie a Van de Velde e a Victor Horta nacque l'"Art Nouveau": un nuovo linguaggio basato sulle linea curva e libera, generatrice di tutto il progetto, dalla pianta alle decorazioni.

martedì 16 luglio 2013

'Luis Barragán ou l'architecture émotionnelle', à Carcassonne

Depuis le 13 juin et jusqu'au 30 août 2013, le CAUE de l’Aude présente, à la Maison de l'Architecture et de l'Environnement de Carcassonne, 'Luis Barragán ou l’architecture émotionnelle', exposition itinérante consacrée à l'architecte mexicain et créée par les Ecoles Nationales Supérieures d’Architecture de Nancy (LHAC), Paris-val-de-Seine et Strasbourg.
L’architecte mexicain Luis Barragán (1905-1988) est reconnu par ses pairs comme un architecte majeur du XXe siècle, s’inscrivant de façon personnelle dans le mouvement moderne.
L’oeuvre de Luis Barragán (1905-1988), de portée internationale et reconnue par les architectes contemporains comme majeure du XXe siècle, a été peu présentée en France.
L’exposition 'Luis Barragán ou l'architecture émotionnelle' (primitivement prévue dans le cadre de l’année du Mexique en France en 2011) est l’occasion de donner à voir à un public élargi la dimension artistique et poétique de cette production, de montrer ce qui lui a servi de sédiments et ce qu’elle doit tant à ses racines mexicaines qu’aux sources méditerranéennes ou encore à la modernité européenne.
A la fois 'locale' et universelle, l’architecture de Luis Barragán en appelle à des valeurs émotionnelles et à une esthétique où la couleur, la lumière et l’ombre viennent qualifier et particulariser l’espace.
02(@Alberto Moreno)_B.jpgL’exposition 'Luis Barragán ou l'architecture émotionnelle' a pour fil conducteur la mise en valeur des sources qui ont alimenté le travail architectural de Luis Barragán et elle propose une lecture thématique de l’oeuvre. 
Elle a l’ambition de donner à déceler des éléments du processus de création et de montrer que l’architecte puise ses références et son inspiration aux sources les plus diverses : peinture, art populaire (objets trouvés dans les pulquerias, objets d’artisanat...), arts du spectacle, photographie, arts décoratifs (mobilier traditionnel), voyages (Alhambra de Grenade, jardin des Colombières à Menton, Afrique du Nord), rencontres et lectures (avant-gardes architecturales européennes), expositions (Paris 1925, New York 1932)...
L’exposition 'Luis Barragán ou l'architecture émotionnelle' évoque les caractéristiques de cette architecture en l’abordant selon trois thèmes majeurs :
  • > Le rapport à la nature (avec l’importance de l’eau, de la pierre et de l’arbre) ;
  • > Le traitement de la lumière (avec le rôle des sources lumineuses dans la définition de l’espace et de sa 'théâtralisation') ;
  • > Les fonctions de la couleur (tant dans l’espace urbain que dans les intérieurs).
L’exposition 'Luis Barragán ou l'architecture émotionnelle' vise à montrer que l’oeuvre architecturale émane chez Luis Barragán d’une vision artistique globale, qu’elle est 'en soi un processus créatif' et qu’elle se veut ‘provocatrice d’émotion’.
03(@Alberto Moreno)_B.jpgOutre les documents propres à une exposition d’architecture (reproductions de croquis et de dessins de l’architecte - rares-, maquettes, photographies, diaporamas) sont aussi présentés : des reproductions d’oeuvres picturales (J. 'Chucho' Reyes, 'Dr Atl', J.C. Orozco, M. Goeritz, D._Rivera, F. Kahlo, M. Izquierdo, F. Revueltas, M. Covarrubias) et de photographies d'époque pour illustrer le contexte historique et culturel.
Commissariat scientifique : Danièle Pauly (historienne de l’architecture, professeur à l’ENSA de Paris-val-de-Seine, chercheur LHAC / ENSA de Nancy). 
Avec la participation de Laurent Beaudouin (architecte, professeur ENSA de Nancy), Louise Noelle Gras (historienne de l’architecture, professeur UNAM, Mexico), Gauthier Bolle (architecte, enseignant ENSA Strasbourg), Jérôme Habersetzer (architecte, enseignant ENSA Bretagne).
Informations pratiques :
Maison de l'Architecture et de l'environnement
28 avenue Claude Bernard | 11000 Carcassonne
T. 04.68.11.56.20
caue.aude[at]gmail.com
http://aude.caue-lr.org/
Entrée libre et gratuite
Ouverture : du lundi au vendredi, de 9h00 à 18h00

lunedì 15 luglio 2013

Best art vinyl award: giudicare i cd dalla copertina

2012:
Artist
The Temper Trap
Title
The Temper Trap
Label
Infectious
Design
Photography and Artwork by Alberto Seveso, Design and Art Direction by Boat Studios











domenica 14 luglio 2013

Shima Uta, the island song


でいごの花が咲き 風を呼び 嵐が来た
でいごが咲き乱れ 風を呼び 嵐が来た
繰りかへす哀しみは 島わたる 波のよう
ウージぬ森で あなたと出会い
ウージぬ下で 千代にさよなら
島唄よ 風にのり
鳥(しびとの魂)と共に 海を渡れ
島唄よ 風にのり
届けておくれ 私の愛を
でいごの花も散り
さざ波がゆれるだけ
ささやかな幸せは 
うたかたぬ波の花
ウージぬ森で うたった友よ
ウージぬ下で 八千代ぬ別れ
島唄よ 風に乗り
鳥とともに 海を渡れ
島唄よ 風に乗り
届けておくれ わたしぬ涙

The deigo flowers are blooming, wind is calling, the storm's here
Deigo are blooming wildly, wind is calling, the storm is here
Sorrow is coming across the island like waves.
In a sugarcane forest I met you for the first time
Under the sugarcane I said a thousand goodbyes
Island song Ride the wind
And cross the ocean with the birds
Island song Ride the wind
Send and deliver my love
Deigo flowers also scatter
A small wave only ripples
Modest happiness is a
Flower-like poem fragment
In a sugarcane forest friends sang
Under the sugar cane they parted for a thousand years
Island song Ride the wind
And cross the ocean with the birds
Island song Ride the wind
Send and deliver my tears

venerdì 12 luglio 2013

Tonalestate 2013 new topic: "Imbroglio"

"Vuoi dunque conoscere
quale sia il mio nome glorioso, oh Ciclope?
Ebben l'avrai. Ma in cambio concedi
il tuo or ora a me promesso dono ospitale.
Il mio nome è Nessuno.
Nessuno mi chiamano madre e padre e tutti i compagni."
Quel suo cuore spietato allor subito rispose:
"Sarà dunque Nessuno
quel che io divorerò per ultimo, dopo i compagni.
Sia questo per te il mio dono ospitale."
Così disse, e s'arrovesciò, cadendo supino.

Odissea, Libro IX

martedì 9 luglio 2013

Ipse Dixit

...pensava che, maturando l'esperienza, per l'uomo non vi fosse nulla di più alto che operare il giusto nel piccolo ambito della propria vita, prendendo per mano due o tre persone perchè stessero a vedere come si fa.
Ernst Wiechert, La vita semplice.

lunedì 8 luglio 2013

giovedì 4 luglio 2013

Ipse Dixit: Chesterton e i ricchi

Ma quell’uomo non era cattivo, era inumano. Era ignorante come tante altre persone ben istruite. Ma ciò che è stano in loro è che si sforzano di essere semplici, ma non rinunciano mai a una cosa complicata. Se devono scegliere tra carne di bue e qualche cibo in salamoia, rinunciano alla carne di bue. Se devono scegliere tra un prato e l’automobile, scelgono l’automobile. E volete sapere il perché? Perché essi rinunciano solo a quelle cose che li legano agli altri uomini. Se andate a pranzo con un milionario astemio e sobrio, vedrete che egli non rinuncerà né agli antipasti, né alle cinque o sei portate, né al caffè, ma bensì egli abolirà i vini e i liquori perché anche i poveri, come i ricchi, sono ghiotti di vini e liquori.
Gilbert Keith Chesterton, L'osteria volante

La casa e la scala: Apollo Architects & ass.

Una scala esterna che permette di entrare direttamente al piano superiore? Cosa già vista, forse, ma sempre apprezzabile. La casa porge un braccio al passante, e lo invita a salire su. 
Questa casa in Giappone (a parte il bianco delle pareti che da quasi un secolo acceca i nostri occhi in ogni nuova costruzione) ha adattato la sua forma allo stretto lotto schiacciato fra le case, conformando il viottolo davanti come una via del centro di un qualche paesino umbro. All'inizio avevo pensato a un'analogia con villa Malaparte, ma qui la scala esterna è pensata più come una quinta teatrale (bellissima).

mercoledì 3 luglio 2013

Old city of Ghadamès: the roof city

Ghadamès, known as 'the pearl of the desert', stands in an oasis. It is one of the oldest pre-Saharan cities and an outstanding example of a traditional settlement. Its domestic architecture is characterized by a vertical division of functions: the ground floor used to store supplies; then another floor for the family, overhanging covered alleys that create what is almost an underground network of passageways; and, at the top, open-air terraces reserved for the women.

martedì 2 luglio 2013

Monumento ai Ragazzi della via Pàl e spiegazione

- Dunque, subito dopo pranzo siamo andati al Museo, Weisz, Richter, io, Kolnay e Barabàs. Prima volevamo giocare a palla, in via Esterhàzy, ma la palla apparteneva a quelli della scuola reale che non hanno voluto prestarcela. Allora Barabàs ha detto: "Andiamo al museo, lì potremmo giocare a palline, sotto il muro, nel giardino." Siamo andati e abbiamo cominciato a giocare. Il gioco lo conoscete. Ognuno tira una pallina, e se riesce a colpire una di quelle che sono a terra, allora tutte le palline sono sue. Avevamo già fatto diversi tiri e c'erano una quindicina di palline sotto il muro, comprese due belle grosse, di vetro, quando d'improvviso Richter grida: "Siamo nei guai, stanno arrivando i Pasztor!" Venivano avanti a testa bassa, le mani in tasca e un'aria così minacciosa che ci siamo spaventati moltissimo. Poco contava che fossimo in cinque, perchè quei due sono così forti che potrebbero tener testa a dieci ragazzi come noi. E poi, non si può neanche dire che fossimo in cinque...
- Perché? - chiese Csele.
- Be', lo sapete, non appena c'è qualche pericolo in vista, Kolnay se la squaglia subito, e con lui Barabàs. E, probabilmente, questa volta avrei seguito anche io il loro esempio. Così, ne sarebbero rimasti due. (...) Allora dico a Kolnay: " Ho proprio paura che vogliano prendersele". E Weisz, che è il più sveglio di tutti, subito aggiunge: "Se continuano a venire, é segno che vogliono fare un bel sequestro. Io, invece, speravo che non succedesse niente perché dai Pasztor abbiamo sempre girato al largo. E le mie speranze sono cresciute quando loro si sono limitati a guardarci giocare. Poi Kolnay mi sussurra in un orecchio: "Lasciamo perdere, Nemecsek, andiamocene." E io ribatto: "Eh, no, troppo comoda, dopo che sei stato tu a tirare senza prendere niente! Ora tocca a me: se vinco, ce ne andiamo."

lunedì 1 luglio 2013

Manabu Ikeda and his little drawings...

The task of Japanese artist Manabu Ikeda is seemingly impossible: a blank paper canvas larger than a person spread before him, a small acrylic pen in his hand, and hundreds of days to fill with faintly imperceptible progress from a mind brimming with explosive creativity.