lunedì 20 maggio 2013
venerdì 17 maggio 2013
Ipse dixit: l'esiliato
L'esiliato
ha una doppia vita, e la seconda vita, che un giorno è stata la prima e
forse un giorno lo ridiventerà, è come iscritta in sovrimpressione
sulla vita banale e tumultuosa dell'azione quotidiana. L'esiliato tende
l'orecchio per percepire il pianissimo delle voci interiori
attraverso il chiasso tuonante della strada, della Borsa e del mercato.
Queste voci interiori sono le voci del passato e della città lontana, ed
esse sussurrano il loro segreto nostalgico nella lingua della musica e
della poesia.
Vladimir Jankélévitch
lunedì 13 maggio 2013
Honoré Daumier, Vagone di terza classe
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| Honoré Daumier, Vagone di terza classe, cm 67 × 93, Ottawa, National gallery of Canada |
In fondo a destra, invece, pare ci sia una discussione: solo un uomo parla concitato, mentre gli altri ascoltano seri.
Le tre (quattro con il neonato) figure in primo piano sono rappresentative di ogni età: il bambino è ancora indifferente al contorno e dorme, la donna giovane è tutta presa dal piccolo, la vecchia si fissa nei propri pensieri e sorride.
Nessuno pare rendersi conto di quello che allo spettatore del quadro salta subito all'occhio, cioè la povertà di tutta la scena. C'è in tutti una certa dignità da poveri, da uomini che, non possedendo, non sono schiavi di ciò che possiedono. Daumier, caricaturista, sapeva rappresentare con i lineamenti del volto ogni corruzione o disperazione: ma in questo quadro i volti sono fieri, anche se non eroici; e belli, anche se non idealizzati.
La tranquillità degli sguardi, la serietà della situazione, non fanno pensare a una povertà da cui si voglia evadere, cioè a quel povero che vuole diventar ricco per schiacciare i poveri come lui; è invece una povertà come condizione umana, perché, in fondo, siamo deboli e fragili.
Per cui i viaggiatori del vagone di terza classe sono nel bel mezzo di una lotta più rivoluzionaria della ribellione fine a sé stessa: abbracciano la propria condizione e vi si dedicano: la madre con il bambino, il gruppetto in fondo con la conversazione (dal latino cum vertere, voltarsi insieme); ognuno nella propria specifica condizione.
domenica 12 maggio 2013
sabato 11 maggio 2013
Roma non è una cosa enorme.
Roma non è una cosa enorme. E’ una miriade di
stanze, di paesini che non sanno di essere parte di una stessa cosa. Un ragazzo
di periferia, se deve andare in centro, si prepara una settimana prima, si
studia i percorsi, si fa prestare la macchina e poi finisce immancabilmente a
Campo de’ Fiori; è entrato in un altro paesino.
C’è la Roma antica, c’è quella
medievale, c’è quella rinascimentale, barocca, rococò, moderna, postmoderna e
addirittura quella contemporanea. C’è quella ricca, quella turistica, quella vivibile,
e c’è quella povera, vuota e invivibile. Ci sono quartieri di villette ognuna
col suo giardino; ci sono quartieri di grandi palazzi coi balconi che si
affacciano sulla strada; nei primi quartieri non si vede nessuno, nei secondi
sono tutti al bar o su qualche panchina, mentre i bambini giocano a calcio.
Ma tutte queste Rome, che non sanno di essere
parte di una stessa cosa, in realtà lo sono. Dal centro storico a Tor Tre
Teste, c’è sempre lo stesso sole pesante e bianco e ci sono gli stessi muri
scrostati, ci sono persone che muoiono di caldo e che quando piove non escono
di casa, anche perché tanto la metro sarà bloccata.
Roma è poco europea; se io dovessi fare un paragone con città che non ho mai
visto, credo che ci siano più somiglianze con Algeri che con Parigi. L’immagine
che si forma è quella di tanti palazzi a forma di scatola, gialli o rossastri,
con le persiane quasi tutte chiuse, bagnati dal sole che rende bianca una
faccia e nera l’altra. Il cemento e i sampietrini alla lunga sono insopportabili;
allora i romani si rifugiano in uno dei grossi parchi urbani con il cane e i
figli.
La città è rotonda, è un cerchio di mura
circondato da un cerchio di binari circondato da un cerchio di autostrade. Le
strade consolari escono come dei raggi dal centro e portano a tutto il mondo,
altrimenti nessuna strada porterebbe a Roma. L’Ostiense passa sempre per case e
nuovi paesini, senza mai vedere uno spazio libero, fino ad arrivare al mare e
vedere lo spazio più libero di tutti. La Tiburtina si introduce dritta tra due
file di palazzi di dieci piani che non finiscono mai. La Nomentana è più verde,
più ricca: ai lati vedi le palazzine più belle.
Poi c’è l’EUR. Ora, non è che ho dei
pregiudizi, ma qui il fascismo c’è riuscito, a costruire una città fascista. Qui
sono tutti impiegati, sono tutti in case di vetro, le strade sono pulite, il
traffico scorre, i bar sono pieni di gente che ha da fare, e in pausa pranzo
sono tutti al parco del laghetto con gli auricolari e l’iPhone. A Roma non si
sono mai tracciate le strade così ad angolo retto, così simmetriche, anche se
si sarebbe sempre voluto; L’EUR è un progetto sbagliato in partenza, dove i
monumenti sembreranno sempre dei simboli e non dei luoghi.
Il Tevere inumidisce la città; sulle sue rive
c’è fango e verde, campi da calcio e campi nomadi. L’isola Tiberina sembra una
cosa salvata dal bagnato, con le case aggrappate alle murate, e davanti il
ponte rotto, pieno di gabbiani. Il mare di Ostia è un po’ triste; dal lungomare
non si vede, tanti sono i lidi e i ristoranti.
L’uomo è un mistero; se uno avesse uno sguardo
profondo non concepirebbe come degli uomini, che in fondo sono tutti poveri e
limitati, abbiano un desiderio di bellezza così forte da costruirci una città.
Una città è impensabile da un uomo solo: un uomo solo si crea una casa e basta,
mentre due uomini creano due case e la strada in mezzo. Una città bella come
Roma è impensabile anche da due milioni di persone, perché il desiderio di
bellezza non è nostro, ci è stato messo dentro.
mercoledì 8 maggio 2013
martedì 7 maggio 2013
Ostrich Pillow, Studio Banana Things
What Is it: The Ostrich Pillow, a pillow that goes over your entire head to help you nap anywhere, any time.
Price and Where to Buy: $99 at Studio Banana.
Pros: You definitely won't have to worry about a chatty seatmate if you're wearing this on a plane or train—people will be sure to give you a wide berth. It's also surprisingly cozy and good at blocking out light and noise. The holes give you a place to rest your arms, and you could use it to sleep face down on a tray table (if the person in front of you hasn't reclined) in coach. The sweatshirt like material cover is warm and comfortable.
Cons: Nothing screams "rob me" like essentially wearing a bag over your face while in public. You'll have no peripheral vision while wearing this, so you won't be able to spot any danger coming your way. Also, you'll be sure to attract lots of attention (probably not the good kind) while wearing this. Although the pillow is squish-able, it will still take up a lot of space in your carry-on, so it's not ideal for travel.
lunedì 6 maggio 2013
Chumy Chùmez, Siamo tutti di extra
Chumy Chùmez è stato lo pseudonimo di Josè Marìa Gonzàlez Castrillo, sceneggiatore cinematografico, scrittore, disegnatore umoristico. E' stato più volte premiato, sia in Spagna (dov'è nato, nel 1927, a San Sebastian e dove è morto, a Madrid, nel 2003), sia in concorsi internazionali.
Ha collaborato alle riviste Triunfo e Hermano Lobo, nonché al quotidiano Pueblo di Madrid.
Il suo disegno è tipicamente spagnolo e segue una linea che va dallo humor nero al surrealismo. Recentemente, usò stili diversi, ma la sua linea crudele rimase sempre inconfondibile.
La maggior parte di questi disegni risale al periodo della vecchia Spagna, ai momenti in cui la tensione per un cambiamento sociale era viva e la contraddizione maggiormente notata dallo sguardo dell'umorista era quella tra i valori affermati ufficialmente e la pratica inconseguente.
Allora, vi si legge un'inquietudine profonda, suggerita dalla nostalgia di libertà, fino quasi all'assurdo. La moglie-oggetto, l'autoritarismo paterno, la violenza di un certo stile di vita evidentemente contraddittorio, la morte come pena di morte fanno parte di quel momento. (...)
Non è cinismo. E' rifiuto di sé.
E, subito, sorge la pietà di sé.
La prima vittima di Chumy Chùmez è infatti José Marìa Gonzàlez Castrillo stesso, con il suo doloroso humor, con la sua paura della morte, con la sua pietà verso gli uomini.
Dalla prefazione di "Siamo tutti di extra" di Chumy Chùmez, edizioni Città Armoniosa
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